Lorenzo ci scrive: “Quanto conta la veste grafica di un manoscritto inviato a un editore? E soprattutto: conta?”
Caro Lorenzo, per quanto mi riguarda conta eccome. Non voglio dire che si debbano mandare testi miniati con copertine di marmo o in pelle di pitone. Però attraverso il tuo manoscritto stai presentando anche te stesso, e a un colloquio di lavoro non andresti mai in pigiama, no? La prima impressione è importante e lo dimostra il fatto che i lettori sempre più spesso vengono conquistati dalle copertine dei libri, se non addirittura dalle famigerate fascette. Un editore è innanzitutto il tuo primo lettore esterno e quindi dagli qualcosa che sia piacevole da vedere, che possa attrarlo o almeno renderlo bendisposto. La sciatteria va evitata, così come le immagini pescate su Internet e l’uso di font improbabili tipo il Comic Sans (orrore, orrore!).


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Luigi ci scrive: “Ma come possiamo essere sicuri che voi editori non ci rubiate il manoscritto?”
Questione vecchia, caro Luigi. Potrei dirti che quella degli editori che rubano manoscritti è solo una leggenda metropolitana, ma tanto non ci crederesti. Per cui ti consiglio l’unico metodo poco costoso per tutelarsi (evita accuratamente notai e Siae): prendi il tuo testo, imbustalo, e spediscilo per raccomandata al tuo indirizzo (sì, hai capito bene: devi autospedirtelo). Naturalmente abbi cura di non aprire la busta quando ti verrà recapitata. Il timbro postale farà fede e in caso di plagio potrai dimostrare di aver scritto il libro precedentemente alla sua pubblicazione.


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Giulio ci scrive: “Perché quando scrivo ricevo complimenti dagli amici e non dagli addetti al lavoro?”
Ecco, a parte il fatto che ricevere complimenti da quelli che tu chiami addetti al lavoro è quasi impossibile (al massimo ti diranno “funziona” o “possiamo provare a farne un libro”), c’è da dire che i complimenti sono un materiale da maneggiare con molta cura. Quanti complimenti sono attendibili? Quanti sono obiettivi? Quanti sinceri? Quanti sono invece influenzati dal legame che si ha con l’autore, dalla paura di ferirlo o scoraggiarlo? Quanti sono fatti per il quieto vivere e quanti (soprattutto nelle community sul web) per incoraggiare commenti positivi alle PROPRIE opere?
Per te che scrivi e non accetti che persone estranee non siano così entusiaste del tuo lavoro, queste domande devono essere un tarlo. Non sono gli estranei ad essere prevenuti nei tuoi confronti: forse sono i tuoi amici ad essere prevenuti in senso contrario. Come dico sempre, la mamma non conta come fan.


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Francesco ci scrive: “Perché gli editori non pubblicano solo due-tre libri all’anno, cercando di curarli al massimo anche a livello di promozione?”
Caro Francesco, le logiche del mercato sono diverse: se sei distribuito, più libri pubblichi e più sei presente in libreria (e nella mente dei librai). Non solo: facendo uscire titoli nuovi, riesci a compensare le cifre negative che portano le rese. Per essere in attivo ogni mese, bisognerebbe far uscire nuovi titoli ogni mese. Per riuscire a guadagnare, bisognerebbe pubblicare quanti più titoli possibile. Ovviamente ciò riesce solo ai grandi editori (oltre agli editori a pagamento, che però non c’entrano in queste logiche di mercato), mentre quelli piccoli hanno strutture piccole e non riescono a pubblicare (e seguire in tutte le fasi che precedono e seguono la pubblicazione) più di una decina di titoli all’anno.


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Carlo ci scrive: “Per te che sei sia autore sia editore è più complicato selezionare gli scritti degli altri? Non ti viene mai la tentazione di giudicarli sulla base di quello che scrivi tu?”
Caro Carlo, fin dal primo momento in cui ho aperto Las Vegas ho voluto tenere separate le due attività, ma mi rendo conto di essere sempre la stessa persona, per cui potrei incappare nella tentazione di cui parli. Eppure cerco di non farlo, anche perché non mi considero un metro di paragone per nessuno. Mi piacciono stili diversi e storie che non scriverei mai. Per questo motivo credo di essere abbastanza libero nelle scelte. Anni fa fui inserito in una giuria di racconti e ancora oggi non mi è andata giù che una scrittrice di fama avesse cassato un racconto, secondo me ottimo, dicendo: “Non mi piace perché io non scriverei mai un racconto così”. Avrei voluto risponderle: “Chissenefrega”.


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Gisella ci scrive: “Che diritto ha uno di scegliere ciò che vale e ciò che non vale? Voglio dire, perché il parere di un editore dev’essere così decisivo nella selezione dei testi? Non sarebbe meglio lasciare scegliere al pubblico?”
Nessun diritto assoluto, dico io. Un editore sceglie per sé, non per l’intero mondo (editoriale). E’ anche vero che gli editori sono centinaia, e se il testo è valido incontrerà i favori di almeno un editore. La selezione alla base è però necessaria al sistema, perché già ora le porte sono troppe e troppi libri vengono pubblicati. Molto più di quanti non possano essere “assorbiti” dall’attuale pubblico di lettori. Le prospettive di un mercato libero (alla Amazon) in realtà faranno accentrare ulteriormente l’attenzione su pochissimi titoli (e la stragrande maggioranza non avrà nemmeno un lettore, escluse fidanzate e mamme dell’autore).


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