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Giulio ci scrive: “Perché quando scrivo ricevo complimenti dagli amici e non dagli addetti al lavoro?”
Ecco, a parte il fatto che ricevere complimenti da quelli che tu chiami addetti al lavoro è quasi impossibile (al massimo ti diranno “funziona” o “possiamo provare a farne un libro”), c’è da dire che i complimenti sono un materiale da maneggiare con molta cura. Quanti complimenti sono attendibili? Quanti sono obiettivi? Quanti sinceri? Quanti sono invece influenzati dal legame che si ha con l’autore, dalla paura di ferirlo o scoraggiarlo? Quanti sono fatti per il quieto vivere e quanti (soprattutto nelle community sul web) per incoraggiare commenti positivi alle PROPRIE opere?
Per te che scrivi e non accetti che persone estranee non siano così entusiaste del tuo lavoro, queste domande devono essere un tarlo. Non sono gli estranei ad essere prevenuti nei tuoi confronti: forse sono i tuoi amici ad essere prevenuti in senso contrario. Come dico sempre, la mamma non conta come fan.


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Francesco ci scrive: “Perché gli editori non pubblicano solo due-tre libri all’anno, cercando di curarli al massimo anche a livello di promozione?”
Caro Francesco, le logiche del mercato sono diverse: se sei distribuito, più libri pubblichi e più sei presente in libreria (e nella mente dei librai). Non solo: facendo uscire titoli nuovi, riesci a compensare le cifre negative che portano le rese. Per essere in attivo ogni mese, bisognerebbe far uscire nuovi titoli ogni mese. Per riuscire a guadagnare, bisognerebbe pubblicare quanti più titoli possibile. Ovviamente ciò riesce solo ai grandi editori (oltre agli editori a pagamento, che però non c’entrano in queste logiche di mercato), mentre quelli piccoli hanno strutture piccole e non riescono a pubblicare (e seguire in tutte le fasi che precedono e seguono la pubblicazione) più di una decina di titoli all’anno.


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Carlo ci scrive: “Per te che sei sia autore sia editore è più complicato selezionare gli scritti degli altri? Non ti viene mai la tentazione di giudicarli sulla base di quello che scrivi tu?”
Caro Carlo, fin dal primo momento in cui ho aperto Las Vegas ho voluto tenere separate le due attività, ma mi rendo conto di essere sempre la stessa persona, per cui potrei incappare nella tentazione di cui parli. Eppure cerco di non farlo, anche perché non mi considero un metro di paragone per nessuno. Mi piacciono stili diversi e storie che non scriverei mai. Per questo motivo credo di essere abbastanza libero nelle scelte. Anni fa fui inserito in una giuria di racconti e ancora oggi non mi è andata giù che una scrittrice di fama avesse cassato un racconto, secondo me ottimo, dicendo: “Non mi piace perché io non scriverei mai un racconto così”. Avrei voluto risponderle: “Chissenefrega”.


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Gisella ci scrive: “Che diritto ha uno di scegliere ciò che vale e ciò che non vale? Voglio dire, perché il parere di un editore dev’essere così decisivo nella selezione dei testi? Non sarebbe meglio lasciare scegliere al pubblico?”
Nessun diritto assoluto, dico io. Un editore sceglie per sé, non per l’intero mondo (editoriale). E’ anche vero che gli editori sono centinaia, e se il testo è valido incontrerà i favori di almeno un editore. La selezione alla base è però necessaria al sistema, perché già ora le porte sono troppe e troppi libri vengono pubblicati. Molto più di quanti non possano essere “assorbiti” dall’attuale pubblico di lettori. Le prospettive di un mercato libero (alla Amazon) in realtà faranno accentrare ulteriormente l’attenzione su pochissimi titoli (e la stragrande maggioranza non avrà nemmeno un lettore, escluse fidanzate e mamme dell’autore).


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Giulio ci scrive: “Ho un’amica che ha autopubblicato il proprio libro. Ha pagato ogni copia 7 euro e la rivende a 23. Perché un autore dovrebbe essere così stupido da pubblicare con voi che non gli offrite alcun margine di guadagno?”
Caro Giulio, prima di tutto dovremmo chiarire una volta per tutte la differenza tra “stampare” e “pubblicare”. A stampare sono buoni tutti, pure la mia vecchia stampante abbandonata in soffitta. Pubblicare, invece, è un’altra cosa. Vuol dire selezionare, correggere, editare, impaginare, anche stampare (ok), distribuire, promuovere. Questo non è garanzia di successo o di guadagno, né per l’autore né per l’editore. Perché prima di tutto ci vanno i (troppo spesso dimenticati) lettori. Non entro nel merito degli amici della tua amica che sicuramente le vogliono bene, ma spendere 23 euro per un libro autopubblicato più che invogliare al self-publishing invoglia ad abbandonare il vizio (già troppo raro) della lettura.


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Tony ci scrive: “Divoro libri, dalla mattina alla sera… e quando la mia compagna mi lascia riposare, persino la notte… ma vorrei fare di più, vorrei in qualche modo lavorare nell’editoria… tipo: leggere i manoscritti che inviano gli pseudo-aspiranti-autori… Consigli?”
Io ci penserei bene a sostituire la tua-compagna-che-non-ti-lascia-riposare con i suddetti manoscritti. Però se davvero sei motivato prova a contattare un po’ di editori medio-grandi e proponiti come lettore. Preparati a compilare delle schede di valutazione anche su testi che non meriterebbero di andare oltre a pagina tre. O addirittura a rivalutare lo stile di Moccia. Io come Sindaco di Las Vegas mi diverto a leggere e a scovare belle storie, ma mi sentirei in colpa se propinassi a qualcun altro tutti i testi che arrivano ogni giorno. Ci va almeno una prima scrematura, sennò è sadismo. Troppi hanno preso alla lettera Steve Jobs e il suo “stay foolish”.


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