[Riscrivete, continuate, pasticciate, cari autori e commentate, commentate, commentate]

Era una limpida mattina. Il sole splendeva sui prati e sui marciapiedi umidi di brina, si rifletteva sulla vernice lucida delle macchine parcheggiate. L’Impiegato percorreva la strada a passo svelto, sbirciando le sue istruzioni, sfogliando le pagine e aggrottando la fronte. Si fermò per un attimo dinanzi alla casetta stuccata di verde, poi entrò nel vialetto laterale che conduceva al piccolo cortile interno.
Il cane dormiva nella cuccia, col dorso rivolto al mondo. Si vedeva soltanto la coda lunga e folta. «Per amor del cielo!» esclamò l’Impiegato, con le mani sui fianchi. Batté rumorosamente la penna a sfera contro il blocco degli appunti. «Svegliati, tu là dentro.»
Il cane si agitò un po’. Uscì lentamente dal suo riparo, sporgendo la testa, sbattendo le palpebre e sbadigliando alla luce
del sole mattutino. «Ah, sei tu. Di già?» Sbadigliò di nuovo.


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[Solita storia: leggete, fate editing, inventate, trasformate, proseguite, riscrivete. Pronti, partenza, via!]

Lui è un quadro e basta.
Sulla faccia tonda porta ancora quei pochi capelli che gli restano sparati a palla verso l’alto, come un vecchio punk. Forse perché crede ancora di essere un rockettaro dark degli anni ’80. È magro, è basso, ha una faccia un po’ da fagiano. Una miniatura di una statua egizia venuta strana.
Non parla quasi mai perché gli piace sentire gli altri (ma che siano pochi) attorno a sé, sentire l’odore delle loro vite. Ogni tanto ha lo sguardo, un po’ strabico, perso nel vuoto e ti convinci che stia pensando a robe sue, come l’orbita di Marte, o l’origine dell’universo. Ed è il momento in cui ti sta veramente ascoltando. È convinto di essere un grande. O forse no, è convinto di essere il più cretino. Dipende dalle nuvole.

di Alessandro Amadesi


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Oggi pasticcino triste. O magari no, decidete voi. Riscrivete, correggete, modificate, continuate, cambiate genere, universo, tempo, stile. Insomma fate!

Era però destino che in ogni modo ricevessi ancora dal mio amico e compagno un ultimo saluto. Come ho detto il suo bastone da montagna era rimasto appoggiato a un masso sporgente sul sentiero. Da lí sopra il bagliore di un oggetto luccicante colpí la mia attenzione: sollevai la mano e mi accorsi che si trattava del portasigarette d’argento che [...] portava sempre con sé. Mentre lo prendevo cadde ondeggiando a terra un bigliettino rettangolare che era tenuto fermo dallo scatolino. Spiegai il foglietto e mi accorsi che consisteva di tre pagine strappate dal taccuino del mio amico e indirizzate a me. Era proprio la sua tipica scrittura, ordinata nelle linee, ferma e chiara nella calligrafia, come se avesse vergato quel messaggio nel suo studio.


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Finale

Oggi invece che un incipit vi proponiamo un finale a cui ho tolto la frase finale. Come al solito, continuatelo, riscrivetelo, commentatelo, giudicate il lavoro degli altri. Divertitevi!

“Che strano!” disse la ragazza avanzando cautamente. “Che porta pesante!” Così dicendo la toccò, e si chiuse improvvisamente, con un tonfo.
“Mio Dio!” disse l’uomo. “Mi sembra che all’interno sia priva di serratura. Ci ha chiusi dentro tutti e due!”

“Tutti e due no. Uno solo,” disse la ragazza.



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E poi, un certo giovedì, quasi duemila anni dopo che un uomo era stato inchiodato a un palo per avere detto che sarebbe stato molto bello cambiare il modo di vivere e cominciare a volersi bene gli uni con gli altri, una ragazza seduta da sola a un piccolo caffè di Rickmansworth capì d’un tratto cos’era che per tutto quel tempo non era andato per il verso giusto, e finalmente comprese in che modo il mondo sarebbe potuto diventare un luogo di felicità. Questa volta la soluzione era quella giusta, non poteva non funzionare, e nessuno sarebbe stato inchiodato ad alcunché.

Purtroppo però, prima che la ragazza riuscisse a raggiungere un telefono per comunicare a qualcuno la sua idea, accadde una stupida quanto terribile catastrofe, e di quell’idea non si seppe mai più nulla.

E voi mi direte: quale catastrofe? E cosa ne so? Dovete dirmelo voi. Riscrivete, continuate, commentate. Soprattutto divertitevi!

P.S. Menzione speciale per chi azzecca la citazione.


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Ciao Amici,

se è vero che per diventare scrittori bisogna leggere (è vero), è vero che leggere non è sufficiente. Anche oggi vi proponiamo un breve pezzo da riscrivere, da editare, da correggere, da commentare.

Questo esercizio critico, secondo me, è una buona palestra. Tocca a voi:

“Mamma si è alzata dalla sedia, ha spento la radio, ha fatto un passo, poi un altro, si è fermata, si è messa le mani in faccia e si è accucciata a terra guardandomi. 

Sono scoppiato a piangere.

E’ corsa da me e mi ha preso in braccio. Mi ha stretto forte al seno e si è accorta che ero tutto bagnato. Mi ha poggiato sulla sedia e mi ha guardato le gambe e le braccia sbucciate, il sangue rappreso sulle ginocchia. Mi ha sollevato la maglietta.”


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