Finale

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Oggi invece che un incipit vi proponiamo un finale a cui ho tolto la frase finale. Come al solito, continuatelo, riscrivetelo, commentatelo, giudicate il lavoro degli altri. Divertitevi!

“Che strano!” disse la ragazza avanzando cautamente. “Che porta pesante!” Così dicendo la toccò, e si chiuse improvvisamente, con un tonfo.
“Mio Dio!” disse l’uomo. “Mi sembra che all’interno sia priva di serratura. Ci ha chiusi dentro tutti e due!”

“Tutti e due no. Uno solo,” disse la ragazza.



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E poi, un certo giovedì, quasi duemila anni dopo che un uomo era stato inchiodato a un palo per avere detto che sarebbe stato molto bello cambiare il modo di vivere e cominciare a volersi bene gli uni con gli altri, una ragazza seduta da sola a un piccolo caffè di Rickmansworth capì d’un tratto cos’era che per tutto quel tempo non era andato per il verso giusto, e finalmente comprese in che modo il mondo sarebbe potuto diventare un luogo di felicità. Questa volta la soluzione era quella giusta, non poteva non funzionare, e nessuno sarebbe stato inchiodato ad alcunché.

Purtroppo però, prima che la ragazza riuscisse a raggiungere un telefono per comunicare a qualcuno la sua idea, accadde una stupida quanto terribile catastrofe, e di quell’idea non si seppe mai più nulla.

E voi mi direte: quale catastrofe? E cosa ne so? Dovete dirmelo voi. Riscrivete, continuate, commentate. Soprattutto divertitevi!

P.S. Menzione speciale per chi azzecca la citazione.


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Ciao Amici,

se è vero che per diventare scrittori bisogna leggere (è vero), è vero che leggere non è sufficiente. Anche oggi vi proponiamo un breve pezzo da riscrivere, da editare, da correggere, da commentare.

Questo esercizio critico, secondo me, è una buona palestra. Tocca a voi:

“Mamma si è alzata dalla sedia, ha spento la radio, ha fatto un passo, poi un altro, si è fermata, si è messa le mani in faccia e si è accucciata a terra guardandomi. 

Sono scoppiato a piangere.

E’ corsa da me e mi ha preso in braccio. Mi ha stretto forte al seno e si è accorta che ero tutto bagnato. Mi ha poggiato sulla sedia e mi ha guardato le gambe e le braccia sbucciate, il sangue rappreso sulle ginocchia. Mi ha sollevato la maglietta.”


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Ciao Amici,

un nuovo pezzo con cui dilettarvi. Le regole sono le stesse di sempre: a partire dal brano qui sotto, vi invitiamo a riscriverlo, a correggerlo, a stravolgerlo. Quello che volete, purchè veicoliate lo stesso messaggio, con parole vostre.

L’incendio, in alcuni minuti, divampò violentemente, e tutta la fabbrica, con incredibile rapidità, fu presa dal fuoco. Mi trovai tagliata ogni uscita dalla mia camera, eccetto la finestra. La folla frattanto si era procurata una lunga scala, e l’alzò. Afferratomi ad essa io cominciai a discendere, e già mi credevo salvo quand’ecco un enorme maiale, la cui vasta pancia e tutta la fisionomia in generale mi ricordarono in qualche modo l’Angelo del Bizzarro, si mise in testa, dopo essersene stato fino a quel momento a sonnecchiare placido nel fango, che aveva bisogno di grattarsi la spalla sinistra e non trovò nulla di meglio, per farlo, del piede della scala. Sicchè in un attimo precipitai sul selciato, ed ebbi la sventura di spezzarmi un braccio.


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Vi avevo promesso un dialogo? Ve l’ho procurato. Perchè però la gara di editing abbia senso, vi devo dire un paio di cose sulla scena in cui siete capitati: Simona e Luca sono alla Villa Reale, davanti al Quarto Stato. Simona è una ragazza sui quindici, sedici anni e va ancora a scuola. Luca invece è un po’ più grande e con le idee più chiare, come state per scoprire. La prima a parlare è appunto Simona.

Una sola piccola nota: l’anonimo che ha scritto il dialogo aveva inserito alcune frasi di inframmezzo, che ho ritenuto superflue ai nostri fini e che quindi ho eliminato.

Credo di avervi detto tutto quindi… tocca a voi!

–Che ci fai qui? Perché sei venuto a cercarmi a scuola? Non ho risposto a nessuna delle tue telefonate di ieri. Avresti dovuto mandarmi al diavolo. Perché sei qui a far finta che ti interessino i quadri di una pinacoteca di cui nemmeno conoscevi l’esistenza?
–Adesso non esageriamo. Sapevo che esisteva. Non ci sono mai entrato…
–Non cambiare discorso.
–Ah, sono io che cambio discorso? Tu cerchi in tutti i modi un motivo per cacciarmi via, e io sto cambiando discorso?
–Io non sto cercando di cacciarti via.
–Non si direbbe. Mi hai appena elencato tutti i motivi per cui non dovrei essere qui con te. Qualcuno meno interessato si sarebbe già arreso.
–Arreso a cosa? Io voglio sapere…
–Tu vuoi sapere cose che non so nemmeno io. Quello che so è che voglio passare un sacco di tempo con te. Perché mi piaci.
–Ma…
–Non mi interessa sentire ancora cazzate sul perché potrei stare da un’altra parte. I motivi per stare in un posto che non ho mai visto con te sono molto più convincenti.
–Ma…
–E basta con i ma.


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Torna uno dei vostri appuntamenti preferiti, l’X-factor degli scribacchini, la palestra del punto e virgola.

Ora, la Capa mi ha detto di darvi più corda e io obbedisco. Prima di lasciarvi al pezzo da editare, appena qui sotto, vorrei farvi una piccola raccomandazione: nei commenti non tutta la Divina Commedia, ok?

C’è l’eco ed è come tornare indietro negli anni, ricordando la stessa eco, nelle stesse stanze che aspettavano solo di essere vissute. E non vorrebbe, eppure ricorda il giorno in cui hanno consegnato la cucina e la montavano, mentre lei, nervosamente, fumava sul balcone. Nemmeno fuma più, ora. E poi il divano, l’armadio, il letto. Ricorda ogni momento di quei primi anni, mentre l’appartamento diventava casa. Ed ora invece sembra che la festa sia finita, gli invitati se ne siano andati e non rimane altro che una vecchia tenda sbattuta per terra.

Così si guarda intorno ancora una volta. Non c’è più niente di loro proprietà, lì, nulla. Tutto è stato imballato, inscatolato, trasportato, traslocato. I vestiti, le scarpe, i soprammobili, i libri, i quadri, i DVD, gli elettrodomestici, i mobili. Tutto quello che si può adattare alla prossima vita è già altrove. Il resto è stato buttato o regalato. Ed è mentre ripercorre nella mente l’elenco delle sue proprietà trasferite che si domanda all’improvviso se non ha sbagliato tutto. Se forse c’era un’altra soluzione, o un’altra via. Non per forza una risposta, una certezza, un rimedio. Ma un’altra strada, rispetto a quella che ha scelto lui.

 


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