La barista era raggiante. Si era truccata con più cura, quel mattino. Il giorno prima le riprese del film che stavano girando nel quartiere erano durate fino alle undici di sera: quando il regista ha gridato l’ultimo «Stop» i tecnici hanno smontato il set e gli attori si sono dileguati. È rimasta solo una donna dalle gote rosse, trecce e lentiggini su tutto il viso.

«Vorrei un caffè macchiato» ha chiesto entrando nel bar.

La cameriera era stupita. «È quasi mezzanotte.»

«Non posso bere caffè di giorno» si è giustificata l’attrice, «per cui lo prendo di notte.»

La macchina ha sbuffato il vapore per montare il latte.

La donna ha iniziato a guardarsi intorno. «Vendete anche libri?» Più che una domanda suonava come un punto esclamativo. «Ne voglio uno che mi tenga compagnia di notte, che mi faccia sognare, che mi faccia innamorare.»

La barista non ha avuto dubbi e le ha teso un romanzo di Nabokov. «Te lo regalo.»

L’attrice ha chiesto un secondo caffè e si è messa a leggere seduta al bancone.


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Un uomo stretto in un impermeabile umido entra nel caffè. È sera tardi, fuori fa freddo, la pioggia bagna le strade da giorni. La città piange il suo ritorno. Ordina un bicchiere d’amaro, ha bisogno di scaldarsi, di scaldarsi dentro, in quel cuore frantumato trentatré anni prima.

«Ecco» gli dice la cameriera mentre lo serve. Lui la ringrazia con un cenno e nota che lei ha gli occhi dello stesso colore di sua figlia.

È stato costretto ad abbandonare sua moglie, in poche ore ha cambiato ruolo: da padre a brigatista. Ha mutato faccia, nome, passaporto. Non era più un marito fedele e un impiegato insofferente. Ha sfoggiato il suo francese. Durante il suo esilio ha cercato di dimenticare, finché dall’alto è calata la grazia. Sono trascorsi troppi anni da quando ha ripudiato la sua città ma ora è tornato. Sua moglie è morta, sua figlia non lo riconosce. Ma il sapore di quell’amaro, l’etichetta è rimasta uguale, è lo stesso che ricordava. Si lecca le labbra, poi ne ordina un secondo bicchiere.


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La radio trasmetteva una canzone del passato, la barista passava uno straccio sul bancone umido. Il bancone era di legno e sudava come tutti loro, stille di alcolici e caffè, e acqua che evaporava al contatto con la superficie rovente. Era estate, un’estate torrida; ma quel gospel del passato cadenzato non cedeva all’afa. La barista si muoveva a ritmo di musica, passando lo straccio avanti e indietro, rallentando quando la voce diventava malinconica, sottolineando gli arpeggi della chitarra con movimenti dolenti dei fianchi. Senza accorgersene si trovò a improvvisare un mezzo balletto, sempre dietro il bancone, sempre sudata e stanca, battendo le dita sul legno e ticchettando il tempo che l’orologio sporco alle sue spalle non si decideva a far trascorrere. Entrò il primo cliente di quel pomeriggio e le chiese una limonata gelata; e lei si sentì in un saloon del New Mexico: guardò per un attimo l’uomo dalle occhiaie incavate nelle rughe e lo servì facendo scivolare il bicchiere verso di lui.


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Oggi, al supermercato, un uomo arabo mi ha chiesto aiuto: non riusciva a capire se tra gli ingredienti della barretta di cioccolato che voleva comprare per suo figlio ci fossero alcolici. Non ho fatto tempo a controllare che si è avvicinata una marocchina e ci ha spiegato che quella marca andava bene, erano altre due, ce le ha indicate, quelle con residuati di maiale. L’ho ringraziata, sono vegetariano e senza volerlo lei ha aiutato anche me. L’uomo, contento, ci ha invitati a prendere un caffè. Abbiamo parlato una decina di minuti al bancone del bar, lui era appena arrivato dalla Siria e faticava con l’italiano; aveva un libro di poesie di Maram al-Masri nello zaino. Lei era di Rabat e avrà avuto una ventina d’anni più di noi. Dopo che mi sono accomiatato li ho sentiti continuare a parlare, sempre in italiano, di affitti e negozi; e, con maggiore trasporto, dei rispettivi paesi d’origine. Solo al momento di salutarsi i due hanno scambiato poche frasi in arabo e un sorriso.


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Gli operai non si capacitavano. Avevano misurato più volte il piano su cui montare il bancone ma qualcosa, al momento della posa, non quadrava.
«Non ci sta, sfora di poco.»
Ricontrollarono con i metri, calcolarono le possibili inclinazioni del granito, ripresero nuovamente le misure e le riportarono, in scala, sulla mappa.
«Niente da fare, c’è qualcosa che non capisco» disse il capocantiere.
«Non è possibile, le misure sono giuste, le abbiamo prese una dozzina di volte» confermò il manovale.
Il bancone nuovo per il bar era più lungo del piano per il quale era stato progettato.
«E ora che facciamo?»
Il vecchio si guardò intorno, gli scaffali della parte libreria erano coperti di teli protettivi. Ne scostò uno ed esaminò le coste.
«Ci sono» disse, sfilando un pesante tomo di Bolaño e poggiandolo nel buco sotto il bancone. «Così creiamo uno zoccolo.»
«Reggerà?»
«È più solido del marmo.»
Terminarono il lavoro. Il capocantiere, alla fine, pagò due copie del romanzo, una da portare a casa.


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Al bancone una donna bionda, tiene in mano un flûte ma sembra più interessata a guardarsi intorno che a bere. Vicino agli scaffali, nel posto si vendono anche libri, un ragazzo d’una decina d’anni più giovane. I loro occhi rimangono incastrati per un istante, a lui scappa un sorriso prima di tornare alla copertina. Si sente, in quel momento, in una storia degli anni Trenta, di quelle in cui i bravi ragazzi come lui si fanno traviare da Lana Turner o Jane Greer. Posa il libro di Cain sullo scaffale: avverte sulla nuca lo sguardo di lei e allora si gira, va deciso al bancone, ordina un caffè, la prima cosa che gli viene in mente, e si siede lì vicino. La donna lo fissa, arricciando le labbra, beve un sorso di champagne. Non ha i guanti lunghi neri ma le starebbero bene. Chiude gli occhi, il ragazzo, e cerca una frase giusta per l’occasione, una frase da uomo. Quando li riapre lei è scesa dallo sgabello e si dirige alla porta, il marito sorridente che l’attende, un passeggino a fianco.


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