Finale
Posted by Carlotta on apr 25, 2012 in Pasticci-ni d autore | 7 commentsOggi invece che un incipit vi proponiamo un finale a cui ho tolto la frase finale. Come al solito, continuatelo, riscrivetelo, commentatelo, giudicate il lavoro degli altri. Divertitevi!
“Che strano!” disse la ragazza avanzando cautamente. “Che porta pesante!” Così dicendo la toccò, e si chiuse improvvisamente, con un tonfo.
“Mio Dio!” disse l’uomo. “Mi sembra che all’interno sia priva di serratura. Ci ha chiusi dentro tutti e due!”“Tutti e due no. Uno solo,” disse la ragazza.
About Carlotta Borasio
Ciao sono Carlotta e sono drogata di libri. Leggo, leggo in bagno, in tram, sul letto, in vacanza e per lavoro, sempre e ovunque. L’ho già detto che leggo? Collaboratrice della Las Vegas edizioni, barista allo Starbooks, navigatrice ben poco solitaria della Rete.
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Ho visto adesso. Appena posso scrivo…
Ops! refuso sulla baronessa…
“Che strano!” disse la ragazza avanzando cautamente. “Che porta pesante!” Così dicendo la toccò, e si chiuse improvvisamente, con un tonfo.
“Mio Dio!” disse l’uomo. “Mi sembra che all’interno sia priva di serratura. Ci ha chiusi dentro tutti e due!”
“Tutti e due no. Uno solo,” disse la ragazza, mentre con il dito indicava la parte bassa del portone.
C’era un’ampia gattaiola attraverso la quale lei, mingherlina com’era, sarebbe passata agevolmente.
“Alice, ma non vorrai ficcarti dentro quella feritoia?”
“Renato, sei sempre il solito! Perché no?!” gli scippò la torcia e si fece ingoiare dalla feritoia.
“Alice?! Tutto bene?!”
Silenzio.
Poi sentì delle voci. Riconobbe quella della rincoglionita. Spiegava che il tunnel comunicava anche con una porta della biblioteca.
“Le apro subito Renato!” fece poi.
Crac.
Un rumore familiare fece capire al Cappellaio Matto che anche la seconda serratura era perita sotto le grinfie della marchesa.
E non aveva nemmeno la medicina per rimpicciolire!
Anche stavolta era successo.
La sorella Alice lo aveva convinto a seguirla in quel tunnel umido e polveroso sotto le cantine del castello di Malamerenda. Era convinta che il suo fiuto sarebbe tornato utile. Anche la vecchia baronessa aveva insistito e lui, Meraviglia Renato investigatore privato, non aveva potuto tirarsi indietro. Procedeva lento con una torcia in mano. Era di umore nero. Imbestialito dal fatto che non sapeva mai dire di no e per colpa di quella rincoglionita della marchesa a cui si era rotta la serratura dell’entrata del tunnel quando aveva infilato la chiave. La toppa si era rotta dopo che loro erano entrati mentre la rincoglionita armeggiava con la chiave per estrarla dalla toppa. Per pararsi dalle ragnatele si era fatto dare dalla rincoglionita un cappello a cilindro del defunto marchese. Per lui era un po’ fuori misura, tanto che gli sembrava d’essere il Cappellaio Matto. Giunsero alla fine del cunicolo e davanti a loro c’era solo una grande porta socchiusa.
A quelle parole, Denis si voltò verso la finestra e vide la ragazza all’esterno. Si stava pettinando usando un vetro come riflesso.
“Come diavolo hai fatto ad uscire?” chiese, prima di rendersi conto di un altro fatto.
“Siamo al terzo piano!”
Lei rise divertita. “Ma ancora non l’hai capito? E’ facile…”.
Fu allora che Denis si mise a urlare.
“No, sapientona, non l’ho capito! E faresti meglio a dirmelo prima che perda definitivamente la pazienza!”. Quella ragazza era davvero irritante.
Lei alzò gli occhi al cielo.
“Siamo al terzo piano, ok?”
“Ok”.
“E io ti parlo mentre sono FUORI dalla finestra, senza scala. Non è totalmente assurdo?”.
Denis annuì.
“E allora perché non provi a svegliarti?”.
Sentì la frase riecheggiare. Davanti agli occhi, ora, vedeva solo il soffitto della sua camera da letto.
Grandissima Michela. Dai, forza voialtri. Buttatevi!
Fu così che Alberto conobbe Chiara e decise che sì, era carina, e che sì, valeva la pena di provarci. E pazienza se se ne stava nell’angolino senza rivolgere la parola a nessuno con il suo cocktail (un Manhattan? Molto raffinato) in mano. Quella era il tipo di ragazza piuttosto timida (o forse solo scontrosa) che faceva fatica a inserirsi nella conversazione. Strano che con quelle gambe lunghe e scoperte nessuno si fosse ancora dato al baccagliaggio spinto. ‘Festa noiosa’ le dico. E lei sorride. Bene, è fatta. Due minuti dopo ci stiamo sbaciucchiando in un corridoio di non so a che piano. (Timida un cazzo, insomma). Ci infiliamo in una stanza mentre io cerco di infilarmi sotto il suo vestito (oggi sento che niente può andare male. Sono intoccabile). Ma lei si ferma e si scosta, il suo sguardo è attratto da qualcosa.
“Che strano!” dice la ragazza avanzando cautamente. “Che porta pesante!” Così dicendo la tocca, e si chiude improvvisamente, con un tonfo.
“Cazzo!” dico. “È priva di serratura. Ci ha chiusi dentro tutti e due!”
“Tutti e due no. Uno solo,” dice la ragazza. Mi sorride. Non capisco.
È accanto a me quando ci voltiamo verso lo specchio al fondo della stanza che riflette l’immagine di un ragazza dalle gambe lunghe. Nient’altro.