Breve carriera di un lettore di manoscritti
Posted by Carlotta on 16 feb 2012 in Al Bancone | 23 commentsIeri sera sono venuti a prendere un caffè una signora-crocchia-nera e uno giovincello-occhiali-spessi.
“Prima regola mai essere buonisti.”
“Non si preoccupi, io sono uno Stroncatore Nato”
“Mh, non è questo il punto. Quando leggi un manoscritto hai una responsabilità. Devi scovare ogni debolezza e punto di forza. Ad esempio qui…”
“Ecco l’autore di questo manoscritto è un idiota. Guarda questi personaggi. E queste ambientazioni. E…”
La tipa mette il manoscritto in borsa “Credo che questo lavoro non faccia per te. Meglio la sezione fotocopie.”
“Ma sono solo due giorni che…”
“Fare il lettore non significa stare lì a insultare gli autori e squadrarli dall’alto del tuo scranno. Si legge, si valuta, magari ci si arrabbia per certi errori ma l’essere umano che ci sta dietro va rispettato. Redarguito, stimolato, criticato in quanto autore di quel manoscritto, ma lasciamo stare le persone che ci sono dietro.”
Voi che dite? Avrò fatto bene la tizia a mandarlo a far fotocopie?
About Carlotta Borasio
Ciao sono Carlotta e sono drogata di libri. Leggo, leggo in bagno, in tram, sul letto, in vacanza e per lavoro, sempre e ovunque. L’ho già detto che leggo? Collaboratrice della Las Vegas edizioni, barista allo Starbooks, navigatrice ben poco solitaria della Rete.
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“Avrò fatto bene la tizia a mandarlo a far fotocopie?”
un refuso freudiniassimo per capire da dove viene il piglio della “tizia”
Ahahah, grande Giorgio. Non avevo notato!
Dirò una cosa inaspettata (credo inaspettata). Io leggo quasi tutti i racconti / romanzi che mi arrivano. Magari non li leggo per intero, anzi quasi mai, confesso.
Ma il mio approccio è sempre: “Cosa c’è di buono?”.
certo, io faccio una selezione all’acqua di rose e non investo un euro su di voi, ad eccezione del mio tempo. Quindi sono più fortunata di un editore. anche perchè io del buono lo vedo in molti dei racconti che ricevo.
@Giulia: non li leggi per intero????
Dipende dai casi, ma spesso leggo la prima pagina e poco più. Questo per decidere se vanno bene per la libreria. Poi, successivamente, li leggo interamente (specie i racconti).
Comunque il mio tempo per me (e solo per me naturalmente) ha un alto valore e di certo non ne ho abbastanza per leggere tutto di tutti
Il commento di Giulia apre una riflessione: non sarà che certa “cattiveria” nasca proprio dal fatto di dover investire dei soldi?
No, credo che i soldi determinino la richiesta di uno standard più elevato.
Il grosso nodo è proprio il concetto del bene o del buono. Se la sensazione di bene o buono, sia relativa a un nostro parametro, a ciò che è considerato buono per convenzione, per standard, per sensibilità, per gusto. Credo che il leggere bene sia difficile quanto lo scrivere bene. Il cattivo scrittore, o comunque poco dotato, di solito crea meno problemi di quello in gamba che non si rivela nel suo pieno o che non è svelato nella sua integrità. Quando un paio di anni fa il preside e una professoressa di un liceo mi chiesero di leggere gli scritti dei ragazzi per Progetto Repubblica, mi sono posto in una dimensione di ascolto e non di immediato giudizio. Ascolto della possibilità che quel testo poteva celare, dei suoi limiti, dove spesso era riposto il seme buono, senza relarlo alla mia idea di giusto. Credo che dedicarsi all’ascolto di un manoscritto sia un’operazione complessa, perché comporta l’individuazione di un buono non sempre codificato da parametri fissi e definiti.
Anch’io purtroppo sono una stroncatrice nata, lo ammetto. È che mi bastano poche pagine per capire se un libro o un racconto possano essere validi o meno (ovviamente validi per me, non nel senso assoluto del termine). E per “valido” non intendo necessariamente “bello” e “coinvolgente”, perché magari leggendo le prime pagine neanche mi appassiono, però so che tra quelle parole, quelle virgole, c’è qualcosa che mi tocca o che mi toccherà e allora vado avanti, altrimenti ci vado giù di mannaia.
Ok, torno di là, si è inceppata la fotocopiatrice
Quello che io non tollero sono gli errori di battitura, la sciatteria, che alla fine è mancanza di rispetto per chi legge.
Puoi anche essere un futuro premio Nobel, ma se invii un manoscritto lo invii come si deve.
Poi il libro può anche essere bello, ma ti fa passre la voglia di leggerlo.
Una tizia una volta mi disse che a correggere gli errori di battitura e grammatica (la sintassi neanche sapeva che esistesse) ci doveva pensare l’editore! con la e alla fine.
Sono d’accordo con te, Francesco, ma per non banalizzare questa discussione direi che l’errore di battitura (quello che scappa a tutti) non è così esecrabile. Va corretto, influenza il mio giudizio ma non lo determina. Diverso è se sono molteplici, diverso è se mi accorgo che non è un refuso bensì lo standard.
Ahhhhhhhhhhh millemila commenti.
@Giorgio lolloni. Non correggo che se no sembri pazzo.
Allora mettiamo ben in chiaro una cosa che magari non si è capita. C’è una bella differenza tra essere cattivi e fare delle scelte. Se io ci devo mettere i miei soldi/tempo/competenze è ovvio che gli standard devono essere alti. Altra cosa è fustigare l’autore che comunque si affida a te e non al vicino di casa. Scegliere al meglio è anche un segno di rispetto verso il lettore che spende i suoi soldi/tempo per leggere il libro da te pubblicato. Idem quello che dice Francesco: è una questione di rispetto ma anche ‘pudore’ mandare il manoscritto il più perfetto e leggibile possibile. Poi ovvio che il refuso scappa.
Io sono dell’idea che un testo che davvero funzioni, debba rievocare una sensazione di sospensione, rapimento o anche innamoramento per quello che vi accade o per come vi accade, sia nel corso della lettura che dopo la sua conclusione. In inglese c’è il bellissimo termine: “Bewitched”, stregato, ammaliato. Questo sulle grandi linee, secondo il mio approccio personale. Qualche leggera imperfezione potrebbe lasciare forse inalterato l’incanto (stregonesco), è possibile, ma quando le imperfezioni aumentano, possono paragonarsi all’incontro con una ragazza carina, che si presenta a un appuntamento con un ampio alone di sporco sul collo e che a cena schiocca con le labbra dopo ogni sorso. In quel caso la sua bellezza passerebbe in secondo piano rispetto alle sue particolari e ripetute, se non ostinate, attitudini.
Posso dire che quest’immagine è orribile?
Certo! In effetti credo anche, però, che riesca a tradire, secondo me, l’interferenza della superficialità o della svogliatezza sull’equilibrio estetico. Se non controllo con attenzione quello che scrivo avrò un testo sporco. Un testo sporco non lascerà spazio adeguato per cogliere quello che potrebbe esserci di buono o comunque mi distoglierà da una possibile intimità con la narrazione. Il paragone non è stato gettato a caso gratuitamente, ma dosato e pensato, soprattutto avendo aperto il commento parlando dell’effetto di Bewitched e quindi di come possa deteriorarsi con poco qualsiasi esercizio di incantamento in un processo creativo di scrittura. Sarà orribile, ma sarà anche altro.
Si sta chiedendo come deve comportarsi un lettore che lavora per una casa editrice e che quindi deve selezionare romanzi che avranno il fine ultimo della pubblicazione, se non ho capito male.
In questo caso ha ragione la signora-crocchia-nera. Non serve a nessuno, soprattutto non serve all’editore, un lettore che invece di concentrarsi su quanto di potenzialmente buono o migliorabile o anche solo adatto alla pubblicazione arriva alla casa editrice esercita la sua capacità di critica arrivando a denigrare qualunque manoscritto gli capiti sotto mano. Il lettore non fa lo stroncatore di mestiere. Il lettore valuta il romanzo che ha davanti e non la persona. Altrimenti cambia mestiere, perché diventa controproducente. Una persona volta alla distruzione continua come fa a indicare qualcosa che potrebbe vagamente avere una possibilità di pubblicazione? (poi io parlo sempre del migliore dei mondi possibili…)
È, appunto, una questione di rispetto. Non ne vedo molto nello Stroncatore Nato (spesso un modo per sfogare frustrazioni), ma neppure nella Signora Crocchia Nera che manda a far le fotocopie col piglio del caporalmaggiore che manda a pulire latrine. Il rispetto dovrebbe essere un’altra cosa, e valere per tutti. Da editore, mi impegno a darlo e lo pretendo, a proposito di manoscritti; e vorrei che chi spedisce senza sapere a chi sta inviando una proposta, senza leggere le indicazioni che l’editore dà, senza sapere qual è lo specifico ambito editoriale del destinatario, capisse che mostra così poco rispetto da costringere poi a mettere qualche paletto in più, a danno di tutti.
Cristiano Abbadessa
Grazie Cristiano. Good point!
La mancanza di rispetto di alcuni diventa un “danno” per tutti.
In verità crocchia-nera è caporal maggiore perché mi mancava spazio
Altrimenti l’avrei addolcita un po’. Però sostanzialmente hai colto il punto insieme a Giuliana che ha riportato sui binari la discussione.
‘Una persona volta alla distruzione continua come fa a indicare qualcosa che potrebbe vagamente avere una possibilità di pubblicazione?’
Eh me lo chiedo anch’io. Non riguarda in fondo anche un po’ i recensori?
Credo che come sempre `in medio stat virtus’, quindi nel migliore dei mondi possibili, bisognerebbe rispettare l’autore, essendo ben disposti verso di lui come persona e verso l’oggetto che comunque gli è costato impegno e fatica. Quindi sì alle critiche quando sono fondate su dati oggettivi, no alla `stroncatura preventiva’ o in base al proprio giudizio soggettivo. Detto questo, trattandosi di `humanae litterae’ il confine tra oggettivo e soggettivo è sempre molto labile. Per i recensori secondo me il discorso è diverso, perché un recensore sta dando il proprio parere personale, quindi -sempre nei limiti del rispetto per la persona dell’autore e dell’editore- ha il diritto anche di essere parziale/soggettivo, purché sia conscio del fatto che la sua è, appunto, opinione e non legge né tantomeno giudizio universalmente valido. Che poi un recensore che critica o osanna senza mezze misure lede per prima la propria credibilità. (* ritorna in soffitta *)
Ecco, sulla questione recensori sono d’accordo con Beatrice. Tantopiù che in questa vicenda sono totalmente dalla parte di Sul romanzo: http://www.sulromanzo.it/blog/terra-bruciata-attorno-o-cronaca-di-una-scelta-di-liberta
@Giuliana: brava che lo hai ricordato. Come abbiamo sostenuto altrove, anche noi ci schieriamo dalla parte di “SUL ROMANZO”.
Difficile a dirsi senza aver letto il testo che ha tanto indignato il fanciullo.
Se dovessi seguire l’impressione generale che ho avuto del personaggio, lo definirei un individuo alla ricerca di una posizione da cui poter far cadere dall’alto il proprio giudizio, di un debole che necessità di poter giudicare gli altri per poter dare un senso alla propria esistenza. Uno tipo simile può andar bene tra gli ultrà dei vigili urbani, ma non come giudice e giuria per un manoscritto.
Sono dell’idea che una valutazione non debba essere troppo indulgente, ma nemmeno essere solo una caccia all’errore per il puro gusto di trovarlo. E’ necessario sottolineare gli errori, mettere in risalto i punti deboli e proporre vie per porvi rimedio; contemporaneamente però vanno anche cercati e trovati gli aspetti forti di ciò che si legge.
Trovo che l’approccio “Cosa c’è di buono?” sia un buon punto di partenza, se anche si arriverà alla fine con un bilancio negativo sarà possibile indicare un possibile punto di partenza per un miglioramento dell’aspirante scrittore.
Il punto di partenza potrebbe anche essere: “Prenditi sei mesi per studiare seriamente la grammatica italiana, per un anno e mezzo cerca di leggere almeno due libri al mese, poi se ancora ne avrai voglia inizia a pensare ad un intreccio meno scontato e/o copiato da altri in cui poter inserire il personaggio della “suocera bisbetica”, andava migliorato ma lo spunto era divertente.”