Il telegramma

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Il telegramma
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Titolo: Il telegramma

Autore: Luigi Salerno

Formato: pdf

Categoria: Racconti

Licenza: Quest'opera è distribuita con licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0 Italia.

Teaser: Un telegramma da un nipote lontano annuncia a due vecchie sorelle sole l'imminenza di un suo arrivo nel loro paese dimenticato, insieme a sua moglie e alla loro bambina. Un arrivo non previsto. Improvviso, dopo un lungo periodo di silenzio.

Commenti

About Carlotta Borasio

Ciao sono Carlotta e sono drogata di libri. Leggo, leggo in bagno, in tram, sul letto, in vacanza e per lavoro, sempre e ovunque. L’ho già detto che leggo? Collaboratrice della Las Vegas edizioni, barista allo Starbooks, navigatrice ben poco solitaria della Rete.


19 Comments

  1. A me piace leggere i racconti di Luigi, crea sempre una bella atmosfera. Però secondo me in questo hai la mano troppo leggera con i tuoi personaggi. La redenzione del fedifrago improvvisa, il dolce sonno delle zie. Ci sono ottime premesse di scontri e passioni e poi tutto sfuma.
    Una mia impressione?

    • Io invece non l’ho colta, tanta leggerezza. Piuttosto un’amarezza molto profonda. Il “dolce sonno delle zie”, per quanto dolce, è stato però relegato in un’attesa eterna, da cui non verranno mai più sciolte. E la figura di Attilio, così separata dalla tenerezza della mamma e della bimba, è crudele, per tutta la durata del racconto. Il finale l’ho trovato un cambio di marcia riuscito. Un regalo che mi dà speranza, ma certo non smetterò mai di temere per quella mamma e quella bimba.

      • Veramente io non ho parlato di leggerezza, ma ho scritto “mano troppo leggera” intendendo un’altra cosa.

      • Ho letto il racconto di Luigi. A dire il vero capisco molto bene quello che dice Giulia. Trovo troppa leggerezza nel raccontare le tre persone più pesanti e il loro conflitto. Mentre sono raccontate in modo molto più efficace le due zie, che fanno una grande simpatia nel loro essere spaventate dalla piccola novità del nipote che compare all’improvviso. Sicuramente il rapporto tra le due sorelle è giocato meglio del rapporto della famiglia fittizia.
        Mi piacerebbe conoscere meglio queste due zie, magari sentire raccontare dalla loro voce il conflitto del nipote, con l’ottimismo dell’una e il vedere tutto nero dell’altra (maledetta passione per i dialoghi…).

  2. Bellissima, questa! Davvero non ci pensavo. Insomma, è anche possibile che siano i personagggi a farla da padroni e ad avere loro una mano pesante con me. In questo caso, Giulia, ho utilizzato i personaggi per una tematica che mi stava molto a cuore, ed è quella dell’amare di nascosto. Il silenzio di amare, insomma. Può sembrare banale, ma in questo contesto mi interessava sottomettere le dinamiche e gli intrecci della storia, al senso acuto delle distanze, all’acuirsi di certe percezioni e di certe profondità sensitive che a volte la solitudine riesce a rianimare. Nel caso specifico, l’arrivo di un telegramma improvviso, ha attivato una dinamica oscura nelle due anziane, forse sepolta da anni ma ancora molto giovane (il senso del dare al buio, o del sognare di amare: le ultime parole prima del sonno) che diventa il vero fulcro e scontro, anche se silenzioso, della storia. Quello che la rende poco comune.
    Una delle cose più belle che mi sono successe attraverso questo racconto — e che mi fanno pensare molto al silenzio di amare — è che una professoressa di un liceo, dopo aver letto il racconto, telefonò di furia a due vecchie zie che non sentiva da tempo, perché aveva provato l’impulso della loro solitudine e voleva assicurarsi che stavano bene. Mi disse poi che le due zie rimasero stranite, perché non si erano rese conto del motivo di quella telefonata dopo lunghi periodi di silenzio. Ecco, questo episodio mi ha fatto capire la forza interna della storia, molto poco appariscente e macchinosa ma viva. Una questione di prospettive e di priorità. In effetti avrei potuto giostrare diverse dinamiche in modo più articolato, ma tradendo il tema di fondo. Avevo tutti gli elementi per farlo. C’era la bambina, il medico con il suo congresso nei pressi della pensione, la madre Elsa e l’oscurità di Attilio, ma avrei perso l’effetto finale del doppio, che è uno dei finali più belli e misteriosi che abbia mai scritto, secondo me. Ma in quell’altro caso avrei rinunciato al cuore del racconto, che si basa sulla possibilità di comunicare e di dare pur senza certezza di un ascolto. Ma a volte, nella vita, anche una lettera senza destinatario, può raggiungere un mittente. Questo racconto non ha vie di mezzo, purtroppo: o incanta o non ha senso. Tra l’altro è immerso in una strana atmosfera decadente e crepuscolare, che amo molto ma che può risultare ostica.
    Grazie molto del tuo occhio, mi auguro di essere stato esauriente.
    Con stima e simpatia,
    luigi

    • Un’altra cosa, Giulia:
      se “fedifrago” lo intendevi in relazione a un tradimento coniugale, (questa è l’accezione più usata quando si legge come traditore), non vi sono elementi certi in proposito. Il fatto di chiedere le chiavi di quella casa al medico, è solo legato alla ricerca di un luogo di solitudine dove pensare, e non dove necessariamente ricevere qualche amante. Almeno non vi sono elementi chiari in merito, forse appena ipotizzabili. Quando il medico gli farà l’ultima domanda in proposito: “Hai qualcuna, Attilio? Sincero, però”, il capitolo si chiude.
      Se inveci lo intendevi in relazione alla rottura di una promessa, di un patto di onestà, legato alla sua premeditata volontaria scomparsa (ma non ancora avvenuta e quindi solo potenziale) e al fatto di averla progettata alle spalle della moglie e della bambina, potrebbe anche essere un tipo di tradire intenzionale, ma non ancora identificabile come un tradimento coniugale ma come il progetto di una gran bella vigliaccata. (il patto di amarti, di dirti tutto e di starti vicino in ogni circostanza, allora sì; in questo senso, da una prospettiva etica, si può tradire qualcuno anche senza amanti, e questo allora ci starebbe ma solo come intenzione).
      In questo però caso “la redenzione improvvisa del fedifrago”, — nel senso di traditore del coniuge —, vorrebbe dire il redimersi da qualcosa di non ancora fatto o di mai fatto. Mentre Attilio, nella storia, non sarà soggetto agente e volontario di un cambio di inversione o conversione, ma soggetto reagente a una sequenza oscura e impalpabile che lo attraversa.
      Tutto qui
      saluti
      l.s.

      • Indirettamente questa spiegazione mi dà ragione. In questo senso: tu ci racconti il personaggi Attilio, ci sveli le pieghe del suo animo. Ma in sintesi lo difendi. Lo difendi dalla mia accusa di essere fedifrago, per esempio.
        Il punto cui voglio arrivare è che secondo me dovremmo essere meno affezionati ai nostri personaggi, più disposti a farli inciampare, cadere, sbucciare il ginocchio. Farli precipitare per poi semmai risollevarsi.
        Cosa ne sarebbe del tuo racconto se Attilio non fosse un soggetto reagente, bensì un soggetto agente e volontario? Un uomo che per davvero molla moglie e figlia per rifarsi una vita?
        Luigi, naturalmente, questa non è una critica a te o al tuo racconto, ma uno spunto di riflessione (infatti uso il NOI). Non vuol dire che secondo me non va bene, anzi ho già detto che l’ho apprezzato e che le atmosfere che sai creare mi piacciono molto. è solo un’idea, ecco.

  3. “Cosa ne sarebbe del tuo racconto se Attilio non fosse un soggetto reagente, bensì un soggetto agente e volontario? Un uomo che per davvero molla moglie e figlia per rifarsi una vita?”

    Sarebbe un altro racconto, scritto da un altro che non sono più io.
    Semplice.
    ciao.
    l.s.

  4. Ringraziando Giulia e Manuela per la loro attenzione, adesso inserisco qualche spunto personale di lettura sul tema de “Il telegramma” e anche sulle sequenze del doppio, che costituiscono un fattore occulto ma abbastanza costante per tutto il percorso. Cercherò di configurarle, sperando di essere felice nella riuscita, quanto meno nel tentativo, sia per chi non ha ancora letto il racconto, che per chi si appresterà a farlo o anche a non farlo.
    Il tema: L’attesa e la sensazione dell’attesa. Le distanze psichiche e le risonanze dell’attesa (in questo il telegramma accenderà nei due personaggi di Emma e di Lisetta, questo sensore o lampada magica di dolore e di sogno, metafora di tutto quello che si può solo sfiorare e di quanto sia difficile dimostrare l’intensità di un attesa all’atteso. L’incomunicabilità negli affetti e il sacrificio nell’esprimerli.
    Adesso il tema del doppio, parecchio più ostico. Elenco tutte le disposizioni che lo tradiscono:
    1) Struttura del racconto: si basa su due affluenti narrativi paralleli, che scorrono in una dimensione di tempo e di luoghi lontana ma lineare. La vita delle due sorelle in contrappunto alla famiglia di Attilio, che vengono seguiti nelle sequenze immediatamente successive alla spedizione del telegramma o “medium” del plot.
    2) Sequenze dei personaggi chiave e snodo degli sviluppi, mossi sempre da una coppia: Emma e Lisetta ricevono il telegramma/ Attilio e Giorgia passeggiano/ Attilio ed Elsa parlano, ma la bambina Giorgia è vicino alla finestra/ Marcel Joubert, il medico, parla con la bambina e adesso è Attilio a essere discostato dal nucleo, sull’uscio della pensione/ Attilio e Marcel camminano da soli nella pioggia/ Emma e Lisetta parlano prima di dormire, al buio della stanza/ Elsa e la bambina si pettinano davanti allo specchio, come due sorelle. Se si fa attenzione, Attilio, Elsa e la bambina, non sono mai insieme, nel senso di uno spazio fisico durante i dialoghi: c’è sempre uno dei tre spaiato o poco lontano dalla coppia o fattore speculare ostinato della storia. Questo si evince sia nella stanza della pensione, che nell’ingresso, ma anche durante le due uscite di Attilio, che lo vedono accompagnato una volta da Giorgia e un’altra dal dottor Joubert
    3) Prospettiva delle nuche: La nuca dolce della bambina, negli occhi del padre- La nuca di filo spinato del padre, negli occhi della bambina.
    4) Binomio città provincia, rispetto alla figura di Elsa e ai timori delle zie e sorellle prima del suo arrivo.
    In effetti è solo nel finale che si rivela questo fattore speculare e misterioso, che tra l’altro non ho voluto, almeno non coscientemente, durante la costruzione del tessuto narrativo, ma ho scoperto in seguito, anche con un certo disturbante stupore, anche dopo anni dalla stesura della storia. Come qualcosa di non voluto ma saputo, o di non saputo ma voluto o forse nessuno dei due. Questo mi fa anche pensare: ma quando scriviamo che tipo di pensiero utilizziamo?
    l.s.

  5. (non ho volutamente letto le spiegazioni di Luigi, prima di commentare. Ora me le leggo)

    • Ciao, Giuliana.
      Dunque, riguardo la leggerezza nel raccontare, è probabile che abbia prediletto aspetti meno interni a certe dinamiche, perchè mi interessava, – ma è solo un’ipotesi –, evidenziare questi due blocchi contrapposti che il telegramma-medium ha messo in oscura sintonia. Di sicuro il lavoro sulle anziane ha richiesto un peso diverso anche nel linguaggio. Non potevo far parlare Emma come Elsa, e nemmeno Lisa come la bambina. Insomma, ho dovuto differenziare e modulare. Mi interessava della famiglia evidenziare il contrasto e il vuoto, contro il malinconico fervore delle due signorine anziane in attesa. Tra l’altro sono due tipi di solitudini lontane, che spiccano in contrasto: quella della famiglia medio borghese, con le sue abitudini, il suo abbandono e le sue segrete (non riesco ancora a trovare leggerezza, mano leggera o quello che sia in tutto quello che riguarda Attilio, non ci riesco: sarà un mio limite, o forse perché questi aspetti li ho considerati mezzi e non fini. Nel senso che di una storia mi deve rimanere dell’ altro oltre al metodo della mano. Quello è il manico del pennello e non sono le setole. Se mi rimane solo quello, vuol dire che la storia non ha funzionato come volevo, e questo posso riconoscerlo, può capitare, anche se è la prima volta con questo racconto, ma fa parte del gioco.) e la semplicità ma anche l’immediatezza di percezione della solitudine di due donne sole, non configurate in uno schema affettivo solito, ma affammate degli istanti mancati, quegli stessi che Attilio tende invece a schivare. Le due sorelle, a mio parere, sono ritratte, per l’economia dell’insieme, con tutti gli elementi necessari a configurare il contrasto e il relativo sviluppo, ma sempre riguardo alle priorità che mi sono posto in questo lavoro. Che poi rimanga sempre un vuoto o una curiosità di sapere, questo può risuonare anche come qualcosa di indipendente dalle mie dinamiche di gestione, ma come una risonanza. C’è da dire che le ho trattate con mano più delicata e ho dato molte più informazioni rispetto all’altro nucleo, che rimane annebbiato ancora in un fumo indefinito. Una precisazione importante: questa storia è stata configurata per un concorso letterario, con un tema preciso da rispettare, ma soprattutto con un limite massimo di caratteri da utilizzare. Per cui è anche contenuto nella sua estensione, entro certi confini imposti dal bando. Ma in ogni caso, pur avendo avuto più spazio, non avrei aggiunto altro nè ad Emma né a Lisetta.
      Grazie dell’attenzione preziosa e gradita.
      Buona giornata.
      luigi

      • Se ti interessa saperlo, questo racconto mi è piaciuto molto più di Passaggio a livello (forse anche per la lettura più tranquilla e a tutto schermo). Tocca meglio le mie corde. Però se vuoi mantenere la struttura del racconto e se posso darti un consiglio, io lavorerei sulla famigliola e sui rapporti tra moglie, marito e figlia. Le due zie vanno bene come sono. Se invece il consiglio non ti serve, come non detto! :D

  6. No, non è che non mi serve, forse potrò utilizzarlo per altro figurati. Ma per questo racconto, almeno fino a questo momento, non sento di cambiare niente. Non è una presunzione, ma una sensazione di un certo equilibrio raggiunto dalla storia. Come se si sia creato quel delicato compromesso che potrebbe essere pericoloso intaccare. Se poi un domani cambierò idea, ti sottoporrò con gioia la nuova versione, ma credo che utilizzerò le tue osservazioni per nuovi testi.
    Ciao.
    l.s.

  7. Abbiamo ampiamente discusso e IL TELEGRAMMA è stato molto scaricato: nessun altro ha osservazioni in merito?

  8. Conosco il racconto di Luigi sin da quando è nato e non conosco nessuno a cui non sia entrato dentro, con quel misto di brutale verità e triste amarezza per il non vissuto che riesce a comunicare. La capacità di lettura è anche capacità di immedesimazione empatica nelle storie.
    Daniela

    • Daniela, vuoi dire che chi l’ha (un po’) criticato, come me per esempio, manca di empatia?
      Mi interessa molto questo punto di vista.

      • Probabilmente nel momento in cui l’hai letta, la storia non era in linea con le tue emozioni. Tutto qui.
        Nessuna polemica, mi andava solo di esprimere il pensiero che è nato in me.

      • No, Daniela, vorrei proprio approfondire questa cosa. Non ci vedo un intento polemico, ma mi faccio delle domande (più d’una, sono una seccatrice). Mi chiedo se sia il lettore che deve essere empatico verso ciò che legge, oppure lo scrittore verso il lettore (o meglio alla sua idea di lettore).
        Mi chiedo se quando leggi metti in campo le emozioni (credo di sì), ma anche una serie di altre cose e quindi se non sia riduttivo per chi scrive pensare solo all’aspetto emotivo e non ad altri aspetti.
        Queste due cose fondamentalmente. Voi che dite?

  9. …nessuno mi caga…

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