Il campo di Rebecca
Posted by Carlotta on 16 gen 2012 in Libri | 10 comments
Scarica |
Titolo: Il campo di Rebecca Autore: Oreste Muratori Formato: pdf Categoria: Racconti Licenza: Quest'opera è distribuita con licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0 Italia. Teaser: La breve storia di un amore di paglia. Commenti |
About Carlotta Borasio
Ciao sono Carlotta e sono drogata di libri. Leggo, leggo in bagno, in tram, sul letto, in vacanza e per lavoro, sempre e ovunque. L’ho già detto che leggo? Collaboratrice della Las Vegas edizioni, barista allo Starbooks, navigatrice ben poco solitaria della Rete.
- Web |
- More Posts (48)




Come mordere una mela dolcissima ed accorgersi che era l’ultimo morso possibile. Dolce e malinconico.
In poche righe chi scrive riesce da subito a catturare la mente del lettore, che dolcemente viaggia verso un campo assolato, rinfrescato da una leggera brezza.
In brevi ed efficaci versi conosciamo un personaggio semplice, familiare e sincero.
La storia si consuma alquanto velocemente, tanto che vorremmo quasi tornare a riviverla!
Corre svelta come certe esistenze.
E impariamo che tutto ha un senso.
Il tema non è originalissimo, ma il racconto è ben scritto e io confesso un amore per la campagna che qui si delinea bene (in contrapposizione al macchinone, direi). Buono, secondo me.
Racconto incantevole. Scorre come una linea di paesaggio da un trenino locale del pomeriggio, e fa pensare a diversi aspetti, del reale e anche dell’immaginario.
Uno sguardo generale all’insieme:
la personificazione è un affare molto poetico, in questo caso mordente misterioso e anche occhio magico sulle figure e sui colori della storia, che conduci con senso pittorico e lunghe distese di spazi, quasi a tracciare un confine tra il punto osservante e pdv, e la mobilità del mondo in apparenza più vivo.:
L’uso dei colori e la luce:
“Una bambina con un vestito rosa e bianco/ rincorsa allegramente da un cagnolino nero…/ mi guardò con i suoi occhioni verdi. In effetti questo senso di luce è molto campestre e violenta, in diversi casi è sensazione ariosa, o anche parte di una prospettiva di ritmo con cui imposti il racconto e lo sviluppi. Molto ricco e folto di segnali luminosi, l’inizio, quasi a tradire un senso visivo molto acuto, quello di una faina o di una gazza, che poi andrà a insinuarsi da luoghi esterni a oggetti e luoghi più intimi e ricercati.
A questo proposito giusto ieri leggevo un testo molto interessante di Ersilia Zamponi “Calicanto- La poesia in gioco”, in cui sia la carta che la penna venivano paragonate ad altro, a prati, parti di uccelli o a mari:
“E prima di prendere carta
prendi penna.
Penna di falco o di cigno
penna di pollo, penna
con pancia piena
di inchiostri azzurri e neri”:
ecco il punto: il tuo racconto ha una dimensione cromatica molto spiccata, a dispetto del finale torvo e nero dei bei corvidi. Sembra davvero che sia dipinto o formato tutto nella paglia.
Il tocco di scrittura ha una leggerezza dolorosa e sognante che fa pensare a questa dimensione fissa e impedita, contro la vita radiosa e mutevole degli abitanti della casa – molto efficace la rotazione della parte inziale: “Poi con una leggera spinta mi fece girare su me stesso un paio di volte, prima di tornare a correre per il campo, sempre fedelmente inseguita dal piccolo Toby”.
Una bella esperienza di lettura.
È tutto quello che al momento sentivo di scriverti.
In gamba.
l.s.
grazie luigi, lo hai descritto meglio di me che lo ho scritto.. in effetti molti miei racconti nascono da immagini, da colori che mi sono rimasti impressi dentro, da dipinti. è bello vedere che hai colto questo aspetto e che ti abbia emozionato.
grazie davvero di cuore.
“Scorre come una linea di paesaggio da un trenino locale del pomeriggio”..su questa immagine ci potrei davvero scrivere la prossima storia.
Ciao Oreste, mandaci anche il prossimo allora!
Ciao Giulia, sarà un immenso piacere per me inviarvi il prossimo, lo farò presto..
Un abbraccio e buon lavoro a te e Carlotta!
Dolceamaro, triste ma senza frustrazione.
Mi piace particolarmente questo passaggio:”Abbiamo tutti uno scopo nella vita, dal momento esatto in cui apriamo gli occhi” perché i due concetti sono in relazione biunivoca: aprire gli occhi e avere uno scopo, avere uno scopo e aprire gli occhi. Sarà la deformazione da filosofa, ma mi sembra una metafora dell’autocoscienza, che non sempre ha un esito allegro.
ciao elisa,
già, in effetti l’esito allegro non ce l’ha quasi mai!
grazie per averlo letto e per il tuo commento,
allora al prossimo!