Ma tu lo sai dov’è l’Australia?
Posted by Cliente on 2 dic 2011 in Libri | 31 comments
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Titolo: Ma tu lo sai dov’è l’Australia? Autore: Sara lasaRamandra Parravicini Formato: pdf Categoria: Racconti Licenza: Quest'opera è distribuita con licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0 Italia. Teaser: "Nessuno sapeva dove fosse l’australia. si sapeva che era dopo tirano di certo, che era dopo albosaggia dove stava di casa la rosina, che rimaneva dopo cosio che ci fanno il formaggio, anche dopo colico dove c’è un mare piccolo. ma non lo sapeva nessuno che era un posto di spostamento infinito, da non mandarci un ragazzino con tre mani di noci e due pani di segale." Per questo racconto l'autrice ha indetto un concorso per trovare la/le copertine. Trovate tutto qui. http://lasaramandra.blogspot.com/2011/11/annuntio-vobis-gaudium-magnum.html Commenti |




Che bello, è arrivato!
Sara ha fatto anche delle correzioni. Fondamentali credo visto il numero di volte in cui mi ha rimandato il file
scusate per chi non ha seguito le vicissitudini su FB chiarisco che si tratta di una battuta!
Ho conosciuto Sara grazie a questo racconto, che ho già letto ma che rileggerò. Lo consiglio a tutti.
saluti
l.s.
Ho avuto un po’ di problemi ma alla fine ho scaricato. Dopo Grimaldi mi dedicherò alla Saramandra!
“vado a vedere i canguri e poi torno.
come andare allo zoo col dieci barrato: uguale.
il nonno francesco parte. prende il treno e scopre che non va con la biada, prende il bastimento e scopre che non è vero che è come il treno, non è legato a due corde di ferro per terra come il treno. il bastimento sta a metà tra il cielo e tantissima acqua, più tanta dell’Adda, più tanta di tantissimi Adda tutti vicini e va pianissimo, il bastimento, va così piano che gli uccelli lo superano in volo.
e poi lo sai che non mi devi dire che torni, non me lo devi dire mai. solo quando atterrerai ad amsterdam, mi telefononerai e mi dirai: vienimi a prendere all’aeroporto, sono tornata. e io verrò, anche se sarò diventata vecchietta. prima di allora però, non dirmi mai che tornerai.”
“buon viaggio, amica mia.
e tieni sempre i capelli legati.”
Un racconto che già solo per le frasi citate qui sopra varrebbe la pena di leggere e soprattutto di ricordare.
Una scrittura tenera e forte allo stesso tempo, che ti rimane impressa e che in poche pagine ti porta dentro la vita di persone che ci hanno preceduto e che hanno fatto l’Italia come l’abbiamo trovata noi che pian piano la stiamo rovinando.
Una bella storia e scritta in maniera (finalmente!) originale. Ha ragione Luigi, un racconto da rileggere più di una volta.
Così bello che si fa anche perdonare le “libertà” sulla mancanza delle maiuscole, che se anche ci fossero state non avrebbero tolto nulla alla qualità del testo. Altro dettaglio che forse andrebbe rivisto un momento è la parte iniziale con le troppe nonne. E a un certo momento, sulla prima riga del secondo paragrafo c’è scritto: “mia nonna è bassina e un po’ curva. aveva un papà che si chiamava paolo…” Non ho capito se al posto di papà ci debba essere la parola marito oppure se mi sono perso io fra i vari parenti
Nel complesso devo dire una cosa: ce ne fossero di più di racconti scritti in questo modo.
Era questo che intendevo quando parlavo dello stile che ormai è sempre più raro trovare. Uno stile così lo riconosci da lontano.
Grazie.
Bravo Francesco concordo con te su tutto (però il commento è pieno di anticipazioni, NON lo leggete prima di leggere il racconto!)
Dimenticavo, complimenti per le bellissime copertine!
In quanto partecipante al grande concorso senza premi ho già avuto il piacere di leggerlo.
L’ho trovato tenero e coccoloso, se mi passate il termine.
@Luigi: grazie!
@Francesco: concordo sull’intrico -superfluo- di parenti. Quando ho scritto questa storia non avevo un obiettivo particolare se non quello di augurare buona fortuna alla mia amica in partenza per l’Australia raccontandole-mi la storia della mia famiglia: questo forse mi ha fatta perdere in dettagli che al fine della storia non sono strettamente necessari. Ti ringrazio per le belle parole e la critica costruttiva.
@Giulia: te meno!
Non è una critica costruttiva, sai già costruire da sola molto meglio di come potrei suggerire io. Le critiche non costruiscono niente, demoliscono e basta
Nel migliore dei casi la fiducia e la fragile sicurezza che chi scrive cerca di avere.
Era solo il mio parere, per quello che vale.
il racconto mi è piaciuto moltissimo e adesso me lo vado a rileggere.
ah, il refuso l’avevo visto, ma non ti ho scritto niente perché si capiva benissimo che era un errore di battitura, che avresti facilmente trovato da sola. Come hai fatto.
Hai ragione, non si finisce mai di rileggere.
A quando un altro racconto?
e allora grazie per il tuo parere
i miei racconti sono su lasaramandra.blogspot.com, ma in questi ultimi giorni sono più in fase poetica che narrativa
@Luca: “coccoloso” ^_^
@Giulia: mi sono appena accorta -leggendo le citazioni- di un refuso che NON confesserò neanche sotto tortura. Vedi che non si rilegge mai abbastanza?!?
L’ho scaricato! Lo leggo e ripasso.
Ho letto le poesie di Sara, sono bellissime, commoventi e originali.
Se non le leggete siete dei babbani.
all’indirizzo in sottoimpressione
lasaramandra.blogspot.com
grazie
L’ho letto stamattina. Mi è piaciuto molto, e nonostante tutto la confusione di nonni presenti all’inizio mi piace. Spiega meglio di tante parole il backrgound da cui si parte, una famiglia di gente povera con parenti che si confondono per quanti sono.
Lo stile poi è perfetto per un racconto che viene pubblicato apposta per essere letto su un supporto telematico, e la cosa, per la mia vista disgraziata, non può essere che un toccasana.
Io il refuso, confesso, non l’ho nemmeno individuato.
Giuliana, ti ringrazio per il tuo feedback, mi fa molto piacere perché effettivamente cerco di curare molto la lunghezza dei racconti. Come lettrice, ma soprattutto curiosa della rete, ho visto che i testi lunghi a video mi stancano. Mi tengono incollata allo schermo solo se la scrittura è frizzante e originale e mostrano ritmo: in caso contrario, abbandono. Questa cosa vale anche per la lettura su cartaceo, ma ancor di più su quella da schermo perché per me è davvero faticosa.
Il refuso è “vienimi a prendere”…sigh
Allora io ne avevo visto uno diverso, un evidente errore di battitura, ma non te lo dico
Però sta da quelle parti
Sono contenta che tu abbia capito il mio commento perché mi sono incartata con l’inizio! Mi stavo rileggendo e non capivo molto bene che cosa avevo scritto. Sì, concordo, la lettura su web necessita di caratteristiche tutte sue che devono tenerti incollato a quello che stai leggendo senza farti venire voglia di cambiare completamente blog!
Ho visto che hai pubblicato anche con Barabba, tra l’altro. Ora mi vado a recuperare un po’ di roba e me la leggo con calma. (posso nominare altri siti che si occupano di narrativa, sì?)
Va beh, mo’ Francesco me lo dici se no ci impazzisco!
telefononerai
sta proprio prima di quello che ha trovato tu.
ma si nascondono bene i bastardelli…
@Giuliana: sì, un mio vecchio racconto – Hanno ucciso Barbapapà o Io per me vorrei essere una rana- viene pubblicato con Barabba a puntate. Alla fine ne faranno un ebook scaricabile dal loro sito e dal mio blog. Non ne sono soddisfattissima, lo stile è ancora molto acerbo, ma ho lasciato che andasse al incontro al suo destino, seppur con fatica.
Io penso che si possa parlare di altri siti di letteratura, anzi!
Potete parlare di tutti i blog di narrativa che volete.
“telefononerai” è quel genere di parola che non riconosco come errore. quindi, per me, non esiste
Devo fare due premesse a questo commento: ls prima è che ho un mal di testa epico, la seconda è che il mio giudizio è fortemente influenzato dal fattore umano, dal fatto cioè che conosco Sara e le cose che scrive, e perchè, e come. Quindi non è un giudizio obiettivo.
Trovo lo stile di Sara molto particolare e credo di vedere in lei più che in molti altri del talento. Mi piace la leggerezza con cui sa armonizzare passato e presente, mi piacciono le immagini delicate che usa.
Non capisco, e francamente non condivido, le motivazioni che la portano a non usare le maiuscole, ove ce lo impone la convenzione (e forse qui mi sono risposta da sola).
Ho un’altra critica, nel senso di osservazione non “per diamine cosa fai, torna a fare i tortellini”. Diciamo che ho una perplessità ed è questa: è possibile che Sara, con questo modo di scrivere poesie in prosa, possa fare qualcosa di diverso dai racconti? Cioè mi chiedo: questo stile così particolare la condanna ad un certo tipo di narrativa o un giorno scriverà un romanzo?
Oppure questa domanda è superflua, cioè chissenefrega di un romanzo quando una scrive così bene?
il discorso maiuscole è cosa su cui sto lavorando.
sul blog ho iniziato a scrivere senza maiuscole, come faccio sui socialcosi e in molte scritture private: uso le maiuscole solo per quello che ha un significato affettivo per me o per qualcosa che davvero spicca nella narrazione (in questo racconto, è l’Adda, per esempio).
anche della punteggiatura faccio un uso “personalizzato” , ma solo sul blog, perché il layout che ho scelto me lo consente: scrivo su pagine molto strette, che, secondo me, danno ritmo alla lettura, rendendo certa punteggiatura superflua.
confesso però, che quando ho impaginato il racconto in cartelle editoriali standard, ho trovato disorientante l’assenza di maiuscole e punteggiatura classica: per questo dico che ci sto lavorando. molto probabilmente, dopo questa fase di sperimentazione mia, tornerò all’uso convenzionale che ne ho sempre fatto.
il discorso “romanzo”, come giulia sa bene, è qualcosa di spinoso. non penso basti possedere un buono stile per dar vita a un buon romanzo. servono buone idee e capacità di narrazione. io non so se ho questa gran capacità narrativa, questa capacità di costruire mondi: non ho molta pazienza. penso di avere una discreta capacità di creare immagini, tipo fotografie, quella cosa che Giulia definisce come il mio lato poetico.
penso che il tempo per un romanzo – se esiste, per me- sia ancora molto lontano.
poi boh, chissà, magari mi sorprenderò da sola.
In realtà, Giulia, quella sulla possibilità di andare oltre il racconto è una domanda che mi sono posta anche io. Poi mi sono anche chiesta ‘ma a Sara interessa scrivere romanzi?’, perché mi sa che il punto è proprio questo. Credo che ognuno abbia la sua ‘taglia’, in queste faccende. Io preferisco le storie lunghe che si dipanano per pagine e pagine, per esempio. Magari qualcun altro ha altre esigenze. Alla fine è qualcosa di estremamente soggettivo.
E a dire il vero, dato il proliferare di editoria on line, ebook, necessità di scrittura molto più agile da leggere, credo che lo stile di Sara abbia buone possibilità di uscire dal piccolo circolo dell’autoreferenzialità del ‘cortiletto di casa’. Ma qui sto entrando in un territorio che esula dallo stile e dal talento che tanto ha fatto discutere. Non vorrei mescolare i piani (per quanto li trovi mescolati senza bisogno delle mie considerazioni). Se sto parlando arabo, ditemelo che cerco di spiegarmi meglio.
ecco, Giuliana, penso che sulla “taglia” tu abbia detto una cosa giusta. si tratta di capire qual è l’abito in cui ci sentiamo più a nostro agio. io ho sempre scritto solo poesia, in casi eccezionali racconti. fino a un anno e mezzo fa (nascita del blog), i miei racconti si potevano contare sulle dita di una mano di un falegname.
poi bum! mi ci son provata, ché un disegnatore mi ha detto che scrivere è come disegnare, bisogna farlo tutti i giorni se si vuole migliorare. e allora mi sono messa a raccontare qualsiasi cosa, solo per sfinare la mano. dopo un anno e mezzo arriva Giulia che mi dice questa cosa illuminante, ovvero che scrivo poesie in prosa. probabilmente io non ci sono mai uscita dalla poesia, è stato il mezzo espressivo su cui ho lavorato di più (o più intensamente, non so) e questo ha influenzato il mio modo di scrivere. leggo più volentieri poesie che romanzi. mi piacciono più i corti dei film. leggo volentieri fumetti, quelli che oggi chiamano “graphic novel”. riuscire a esprimere tutto (e bene) in un racconto di due pagine per me è il massimo. non possiedo “lo sguardo dall’alto” che ti guida tra i reticoli di un romanzo, io colgo il particolare, lo ingrandisco (o almeno ci provo) e lo fotografo. fine. il resto non lo faccio perché non lo so fare, per questo non mi sento scrittrice.
ripensandoci, questo racconto e quello su barabba, sono i miei più “articolati”. buffo.
Quanto è interessante, ma anche quanto è labirintica la bella questione. Onore per la scrittrice che accende tale fiammifero.
Quando leggo cerco il laser, così quando scrivo. Di solito appare dai primi righi. La scelta di una forma, di solito, è un processo delicato e laborioso, quanto la ricerca del proprio laser creativo o narrativo nel suo contenuto occulto, del proprio cane scappato o del proprio amore. La forma in diversi casi è cuore di un certo contenuto intimo e indefinibile, spettro o specchio delle proprie brame-trame di vita. Non credo che si stabilizzi mai troppo presto. Lo stesso impianto di una storia, al di là della sua lunghezza, può rivelare risonanze, impronte o aspetti contrastanti, spesso anche sinergici, se riletti in un quadro espressivo più ampio, che possono tradire e contraddire diverse entità, sensibilità e attitudini coesistenti. L’identità di una forma precisa può diventare l’angina pectoris dello scrittore che cerca, o anche il riflesso del suo diamante.
I confini non saranno mai troppo chiari e netti, almeno non in tutti. Vi sono poesie di pochi versi, che spezzano il fiato più di un romanzo, soprattutto per chi le scrive, intendo.
Romanzi che cantano a squarciagola, distese di lirismo, senza fine. Volendo pensare a testimonianze tra i confini, basti pensare a la Recherce, o a le Foglie d’ erba di Whitman. Ma nello stesso Tropico del Cancro, di Henry MIller, si potrebbe ragionare all’infinito sull’impulso dello spasmo poetico nella costruzone delle immagini (lo stesso Sanguineti ha dedicato allo scrittore Miller e ai suoi Tropici, una parte del suo lavoro “Ideologia e linguaggio”).
Che cosa rappresenta davvero l’ingresso nel poetico? Il solco di una regione, una casa di fantasmi, un territorio proibito? Non credo che Sara possa entrare ed uscire da un territorio di poesia, perché non sono regioni o territori che si scelgono, ma spesso fattori dai quali si è abitati. Siamo noi spesso i territori e non più – o non soltanto – gli abitanti.
Chiudo con una citazione di una prosa-poesia, di un poeta ermetico salernitano, Alfonso Gatto, che in questo testo ” Libertà”, ha utilizzato la prosa, o meglio non ha utilizzato il verso:
“Sento di camminare, spiccato ad ogni passo, tranquillo, ventilato dalla larga apertura del volto. Il sole leggero affresca i palazzi di verde tenero, e le botteghe dai vetri limpidi oscillano alla mia schiena. Le donne, in vestiti improvvisi di colore, si nutrono di carne ai calcagni: al volto la felice sorpresa di sgorgare nell’aria, e gli occhi schiacciati come gocce piccanti di freddo corrono in brividi nella carne”.
Buonanotte!
l.s.