Clerks

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Clerks
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Titolo: Clerks

Autore: Manuela Giacchetta

Formato: pdf

Categoria: Racconti

Licenza: Quest'opera è distribuita con licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0 Italia.

Teaser: Confessioni di una commessa. Non viaggiatrice.

Commenti

About Manuela Giacchetta

Mangia, non prega, ama. Ogni tanto scrive. “Bowling e margherite” (Las Vegas edizioni) è il suo romanzo d’esordio.


24 Comments

  1. Francesco Pomponio

    Molto divertente!
    È tutto vero!
    Perché non scrivi anche il resto? Lo sai che ce ne sono di cose da raccontare sull’argomento :-)
    Davvero carino, mi piace l’ultima cliente della giornata, la maledetta, che poi non compra mai.
    Brava Manuela!

  2. Grazie Francesco. Vorrà dire che studierò un “Clerks 2″ :)

  3. Anch’io lavoro in una rivendita, seppure di arredo bagno, e pure nel mio caso, in cui devi comprare qualcosa di più di un semplice paio di pantaloni, c’è chi entra dieci minuti prima della chiusura, si fa tutti i 1000 metri quadri di esposizione, e poi se ne va quatto quatto e zitto zitto. :D

  4. Francesco Pomponio

    Noi quando avevamo il negozio dove vendevamono ceramiche artistiche e maglioni norvegesi originali, avevamo soprannominato “I ciondoloni” quelli che entravano per girare nel negozio ma non compravamo mai niente.
    Gli altri, quelli che volevano fare i socievoli e attaccavano discorso, li chiamavamo “che bello che bello” perché era quello che dicevano sempre, senza comprare ovviamente.
    Poi c’erano i “chebello chebello e tocco” quelli che non solo ci facevano perdere tempo, ma si sentivano in obbligo di sollevare le ceramiche, con il rischio di farle cadere e di strofinare la mano, spesso sporca, sui maglioni nuovi per provare la consistenza della lana. E poi di rado compravano.
    Ma dopo un po’ cominci a riconoscerli…

    francesco

  5. Francesco, a questo punto credo spetti a te la seconda puntata di “Clerks” :D

    • No, no, tu sei più brava. :-)
      E poi io scrivo robe impubblicabili :-) Li odio troppo quei tipi di clienti.

  6. La scrittura di Manuela è molto fresca e ironica, ma non banale. L’ironia è una delle cose più complesse quando si scrive. Non tutti ci riescono. Può essere svilita facilmente, invece in questo caso partecipa alla riuscita del racconto, come ossatura e fattore ravvivante del buon ritmo dell’insieme. Molto belle le varie inziali codificate – CIACB, MSTPCA etc, – e anche le raggiere di ditate sugli specchi, l’atteggiamento del cliente e l’Effetto Sorpresa.
    La chiusura con il sorriso, rende ancora più credibile il tutto, con un cambio decisivo di atmosfera, che fa pensare.
    l.s.

  7. Grazie Luigi, la tua valutazione mi fa davvero molto piacere!

  8. È stato un piacere leggerti.
    Grazie a te.
    l.s.

  9. Manuela, sai che dovremmo pensare a una raccolta di racconti di gente a contatto diretto col pubblico?

    • Francesco Pomponio

      Ne ho a tonnellate di storie sull’argomento. Sto sempre a contatto con il pubblico :-)

    • Ci si può pensare… avremmo sicuramente tutti i commessi/venditori d’Italia come nostri fan :D
      Una mia conoscente commessa mi ha scritto: “Ho letto il tuo racconto… Mi hai fatta sfogare! Grazie!”
      Mi ha fatto molto ridere questa cosa. :)

  10. Sto per scrivere una cosa che mai avrei pensato di scrivere. La prendo un po’ alla larga: tempo fa una persona mi disse che non sapevo mettere la pancia in quello che scrivevo.
    Ora io di solito reagisco alle critiche assorbendole. Cioè do ragione al critico e mi sento una schifezza. Quella volta no, perchè io non credevo che si dovesse scrivere con la pancia, mi pareva un assurdo, un modo di dire cretino e di moda.
    Però leggendo il racconto di Manuela, io a quel modo di dire cretino ci ho ripensato.
    Perchè forse qualcosa di vero c’è: Clerks è carino, divertente, fresco, ironico esattamente come avete detto tutti. Ma io ci sento una certa freddezza.
    Non so se Manuela ha fatto davvero la commessa e in effetti non ha importanza.
    Ho trovato il twist alla fine divertente e il racconto è perfetto, davvero. Solo io quella freddezza la sento.

    • Uhm. Mi sa che me lo rileggo, prima di dire qualunque altra cosa.

    • Andrea Malabaila

      Adesso non accapigliatevi perché siete le due autrici lasvegasiane superstiti ;-)
      Forse quello che dice Giulia è vero, però è divertente così come era divertente il film omonimo, e penso che scherzare sul tema del lavoro non sia così consueto. Più che altro mi sembra un abbozzo di qualcosa da sviluppare maggiormente.
      Ah. A me ha ricordato Fight Club.

      • Non credo che ci sia bisogno di specificare che non ho nessun intento polemico. Anzi, come dicevo, trovo il racconto perfetto. In un certo senso, pure troppo, ecco!

  11. L’ho appena riletto.
    Riletto è ancora più bello, ma anche più tragico. Il finale di questa storia è un bel cazzotto western, al centro dello stomaco. Penso alla civiltà dei consumi, a certe mutazioni percettibili dell’individuo-automa, al fatto di doversi adattare o addirittura inquadrare il sorriso in una sorta di scala Richter, per sismicità. E se il cuore della storia sia meno soleggiato di quanto appare? Sel’ironia sarà solo uno strato superficiale?
    “Nel giro di una settimana non parli più: abbai” credo che qui vi sia del tragico puro. È forse la bellezza è proprio il fatto di chiudere con queste strappate di archi, molto energiche:
    “Orda barbarica;cellula impazzita; licenza di uccidere; mordi a caso; Killer”. Pare che Manuela abbia cambiato suono alla storia, fino a non sorridere più o a farlo in modo automatico. Penso che vi siano degli spiragli e degli spunti molto dolorosi in tutto questo impasto finale. Anche il suono dei vocaboli è duro. Le parole a volte si scelgono più per il loro suono, che per il loro significato. Ci cadono addosso, come i clienti serpenti della MSTCA!
    Racconto perfetto, condivo con Giulia.
    Non ho avvertito freddezza, ma amarezza. Una bella amarezza. Difficile raccontare con questi tempi di Rondò, e senza perdere un colpo.
    Brava!
    l.s.

  12. Quasi quasi mi vergogno a dire che io mi sono, umilmente, divertito a leggerlo. E non mi pare poco di questi tempi.
    Grazie Manuela!

    Io sono per “mi è piaciuto” “non mi è piaciuto”, non sono capace a fare critiche più profonde :-)

  13. Non credo ci siano dubbi sul fatto che è un bel racconto, piacevole da leggere. Però sarebbe bello se ci sforzassimo di andare oltre al “mi piace” perchè, secondo me, mettersi in gioco qui è un modo per crescere come scribacchini.

    • Francesco Pomponio

      lo sai ome la penso.
      Secondo me quando una cosa è scritta rimetterci le mani per andar dietro a suggerimenti o crtiche, anche benevole, significa rovinarla.
      A meno che uno non sia un cialtrone o un incapace che scrive tanto per fare, se si è impegnato in quello che ha fatto, era così che lo voleva scrivere.
      E allora chi siamo noi per suggerirgli come doveva essere?
      Un commento che io apprezzerei molto sarebbe “mi è piaciuto, mi ha commosso, mi ha fatto ridere…” oppure anche, lo dico sinceramente, “mi ha annoiato, mi sembra una storia banale, i dialoghi sono inesistenti o spenti.” accetterei persino “lascia stare, scrivere non è roba per te.”

      Diverso è il suggerimento diretto e specifico, come quando tu mi hai fatto notare che un dettaglio del mio libro (quel pezzo con i corvi) non aggiungeva niente alla storia e si poteva togliere senza danno. E infatti l’ho tolto.
      Un altro dettaglio invece faceva parte della storia secondo me quindi l’ho lasciato. non lo so se mi sono spiegato, ma come non sono capace io a fare il critico, credo che la maggioranza dei lettori siano come me, e per loro un libro o è bello o è brutto.
      E pre me contano i lettori, non i critici. Perché i lettori i libri li comprano, i critici generalmente no.
      :-)

    • Io concordo con Giulia, più che altro perché in questo luogo siamo tutti, più o meno, lettori particolari. Abbiamo a che fare con la scrittura e la mettiamo in pratica. Quindi penso che dovremmo sfruttare l’occasione di avere un pubblico che è anche avvezzo alla materia per cercare di individuare i limiti indubbi della nostra scrittura e cercare di superarli, se ne siamo capaci. Quando mi serve un parere scarno posso rivolgermi a gente che non è abituata a cimentarsi con la creazione, ma qui mi aspetterei qualcosa di più. Sempre nel rispetto delle elementari regole di civiltà e di educazione.

  14. Manco due giorni soltanto, e tu guarda quello che succede! :D
    Per quanto riguarda la quesione sollevata da Giulia, posso dire che una lettura è una faccenda così intima che ognuno la metabolizza a modo proprio.
    Il racconto vuole essere ironico e, se possibile, divertire. Mi sembra però plausibile che si possa percepire una certa “freddezza”, così come la stessa “amarezza” che cita Luigi (grazie per il tuo bel commento).
    Fino a qualche giorno fa, “Clerks” era solo l’incipit di un racconto che avevo iniziato tanto tempo fa, reduce da una Maxi Svendita Totale Per Chiusura Attività :)
    Mi sono divertita molto nello scriverlo – proprio in occasione dell’apertura di questa libreria – ma se, fra un anno, mi trovassi nella condizione di riscriverlo interamente, sono certa che trasparirebbero percezioni ancora diverse da quelle sentite da Giulia o da Luigi, perchè il momento emotivo in cui si scrive certo condiziona la scrittura, in maniera più o meno inconscia.
    E dovessi accettare, come sfida letteraria, il “monito” di Giulia per rendere il racconto meno freddo, non saprei davvero dove mettere le mani, perché il modo di sentire di ognuno è così diverso l’uno dall’altro.
    Sarebbe quasi curioso tentare… :)
    Grazie a tutti per i vostri bei commenti. E grazie Giulia per il dibattito.
    Manuela

    • Era proprio quello che volevo dire!
      Chi scrive qualcosa, in maniera onesta con sé stesso, la fa nel modo migliore in cui è capace. Perciò quella è. Ed è quasi impossibile, secondo me, rifarla diversa senza snaturarla.
      Non dico che non sarebbe bello saperlo fare, ma verrebbe fuori un’altra cosa.
      Allra tanto vale scrivere una cosa diversa piuttosto che impazzire a cercare di migliorare una cosa venuta male. Nel caso che lo sia.
      D’altra parte il romanzo perfetto non esiste, per fortuna, e quello che a uno non piace, per un altro è bellissimo. Dipende dal momento in cui leggi, se ti immedesimi nella storia, se hai la tranquillità per leggerla.
      E poi chi ha la ricetta per il romanzo perfetto?
      Neanche le persone sono perfette, ma spesso ci piacciono proprio per questo. Perché i romanzi dovrebbero fare eccezione?
      Qualcuno di voi ha letto dei libri di autori famosi e che in alcuni punti vi hanno annoiato o non vi sono piaciuti, ma che complessivamente considerate di capolavori?
      Io cito Il Signore degli Anelli. In certi punti pallosissimo, ma che resta il capolavoro che è.
      Oppure IT di Stephen King, che è meraviglioso, pure se ha un finale banalisimo.

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