Io protesto.

C’è una regola non scritta, ma applicata: se ambienti un romanzo negli USA il tuo già difficilmente pubblicabile testo si becca la targhetta “SERIE B”.

Aiutatemi, non lo capisco.  Come funziona? Helsinki va bene, San Francisco no? Non ditemi che non è vero. E non ditemi che uno deve scrivere solo di “ciò che sa”, perché altrimenti non esisterebbero i romanzi d’avventura. Ditemi perché tutto quanto odora da lontano di “America” viene snobbato come robetta da telefilm e nessuno accetta che tutti siamo imbevuti di “quella”cultura, perciò non ha senso demonizzarla.

Perché, o prode editore, se il mio protagonista Giacomo  si muove a Roma  mi dai mezza possibilità, ma me la rifiuti se la storia parla di un Jack a Boston?

Sul “fantastico” la cosa perde ancora più senso, giusto? Non c’è verosimiglianza nel Regno  Galattico di Bullabong, così come se mi invento la piccola Crystal Town, sperduta in Ohio. Illuminatemi, perché questo dubbio mi fa venire sete. Anzi… un whisky, grazie.


33 Comments

  1. Forse a qualcuno può interessare…

    Si avvisa chiunque voglia partecipare al primo concorso nazionale indetto dalla Diamond Editrice dal titolo “Vizi e virtù. A ognuno il suo”, che il materiale pervenuto in redazione benché abbondante, scarseggia di racconti inerenti il vizio dell’AVARIZIA e le virtù della CARITA’ e della TEMPERANZA. Invitiamo pertanto quanti interessati a scrivere un racconto breve su una di queste due virtù oppure sul vizio dell’avarizia, indicando il tema scelto nell’oggetto all’indirizzo e-mail diamond.editrice@libero.it.
    Il termine entro il quale inviare il materiale è fissato per il 31 maggio 2011.

  2. Allora facciamo però un piccola distinzione. Secondo me il fantastico fa caso a parte: lì l’ambiente ha un valore diverso e ci si può permettere determinate libertà sempre tenendo conto della coerenza. Comunque quello dell’ambientazione è un pregiudizio come tanti altri ma i pregiudizi spesso sono dettati dal fatto che la maggioranza dei manoscritti con quella caratteristica lì non sono pubblicabili. Ciò non toglie che l’editore deve leggere tutto altrimenti rischia di perdersi qualche bel libro (cosa rara). [E comunque a dare retta ai pregiudizi non si leggerebbe più nulla XD]

    • Certi editori non riconoscerebbero un bel libro neanche se dalle pagine uscisse una mano a strattonarli per farli uscire dai loro sogni di marketing, editor, business, ecc..

    • Se un editore non ha voglia di leggere i testi in arrivo e si riempie la testa di pregiudizi…che editore è?
      Credo che questo discorso lo riaffronterò, quando mi si riaccenderà un po’ di vena polemica. Dai che un po’ di sano confronto fa bene a tutti. Piuttosto…vi posso offrire qualcosa da bere? ;)

      • Elfo, non mi sembra una polemica, la tua, ma un interessante argomento di conversazione e, infatti, stiamo partecipando in tanti.
        Come giustamente dice Carlotta, il fantasy fa un po’ storia a sè, ma probabilmente due vampiri a Villanterio attirerebbero di più l’attenzione (di un editore, sì, ma anche di un lettore) perchè si distinguerebbero da un filone un po’ trito. Non credete?

        • Per me potrebbe essere l’unico motivo valido per leggere una storia di vampiri!

          • Magari potrei scriverla io, sui tovagliolini di carta: Vivo a Villanterio, uno di quei posti che non trovi nemmeno su GoogleMaps e per arrivarci devi fare una stradina così stretta, che se incroci un’altra auto devi buttarti in un fosso. Vivo lì da un secolo o poco più, dopo aver passato l’infanzia e la giovinezza ad ubriacarmi un po’ qui e un po’ là. Ora che sono adulto, mi limito a gustare colli più genuini, nelle notti nuvolose di zanzare.

          • In realtà io ho letto un libro che era stato strombazzato a destra e a manca perchè parlava di Vampiri in Emilia Romagna. E non è che mi abbia esaltata, per lo meno NON grazie all’ambientazione.

  3. Vi ho letti, tutto di tutti, e poi alla fine ci ho ripensato e ho concluso che Elfo ha ragione: è un pregiudizio. Se la storia è bella e scritta bene, come dice anche Francesco, allora può essere ambientata ovunque. Anzi vi dirò di più: se uno scrive bene, val sempre la pena leggere prima di giudicare. Quindi abbasso tutti i pregiudizi!

    • Hip Hip hurrà per te Giulia!
      E con questo aggiungo che OVVIAMENTE se uno sceglie un’ambientazione estera DEVE fare più fatica. E’ per questo che mi infiammo. Mi spiace non vedere riconosciuto questo particolare, solo perchè TANTI scrivono malino. Ma se uno scrive malino, o con poca cura, che ambienti la sua storia a Lugano, a Vercelli o a Little Rock temo che non ci sarà alcuna differenza.

  4. Io un paio di capitoli a New York ce li ho messi, ma erano essenziali per la storia e comunque prevalentemente si svolge in un albergo che poteva stare ovunque, ma là ci sono stato davvero :-)
    E poi sono nascosti bene…

    francesco

    • Sì, ma io rivendico il diritto di poter ambientare una storia dove mi suggerisce la fantasia SENZA essere accusata di voler prendere scorciatoie, copiare i telefilm, o altro.
      C’è gente che non ha i soldi per andare in America e allora? Se potessi descrivere solo ciò che ho visto di persona avrei tre possibilità: Italia, Finlandia, Giappone.
      Ma perchè gli altri mi devono limitare? Grrr…posso avere un altro whisky?

      • Sono d’accordo. L’importante è che la storia sia bella, mica dove è ambientata. Allora Tolkien? Mica ci sarà stato lui nel mondo degli hobbit.
        A volte però mi è capitato di leggere romanzi di aspiranti scrittori che erano ambientati negli Stati Uniti, a Los Angeles o altrove, con i nomi americani, e di una noia degna di miglior causa.
        Ma che si leggano i romanzi di Perry Mason, almeno imparano come si scrive una storia.
        Davvero, un romanzo può anche essere ambientato dentro un acquario, l’importante è che sia ben fatto.
        Ma a volte si tratta di pagine mal curate, anche se confezionate bene.

        francesco

  5. ps. opinione personalissima: se leggo una storia “dove la gente si combatte a colpi di incantesimi, si trasforma in lupo, beve sangue” la preferisco nel Monferrato. Se la tua storia mi intriga, vedere il lato oscuro di luoghi che già conosco mi appassiona ancora di più e mentre leggo me li ricordo, li contestualizzo fantasticamente. E magari se il romanzo mi piace, la domenica ci ricapito pure.

  6. Ed è questo che mi fa arrabbiare, ma tanto eh. Poniamo anche che io voglia ambientare una storia a Los Angeles perchè a me sembra più cool.Che male ci sarà mai? Perchè invece di pensare alla fatica fatta per documentarmi, allo sforzo di immaginazione per uscire dai panni dell’italiana e per togliere tutti i riferimenti alle lasagne della mamma…l’editore DEVE PENSARE alla scorciatoia? E poi diciamoci la verità, gli editori fanno tanto gli schizzinosi ma poi ci riempiono gli scaffali di autori americani che SI INVENTANO le location. Quindi? Non è un po’ un voler essere snob a tutti i costi? Secondo me sì. Anche nei confronti della cultura telefilmica, perchè – che lo vogliate o no – l’italiano medio ne è imbevuto fin dai tempi di Happy Days.
    Qualcuno obietterà che quella non è la “vera” America, ma scopo del libro fantastico non è esattamente essere “vero”, quanto verosimile perchè altrimenti il ruolo della fantasia, appunto, andrebbe un po’ a farsi benedire.

    • Sì, ma deve risultare verosimile e non artefatto. Quello che voglio dire è che ciò che a un autore poco esperto può sembrare un aiuto, alla fine gli si ritorce contro. Faletti sostiene di ambientare le sue storie all’estero perché un delitto nel Monferrato è meno cool. Camilleri invece dice che non potrebbe scrivere niente che non sia ambientato in Sicilia. A me della location frega poco, l’importante è che non sembri un cartonato rubato a un telefilm (a meno che non sia la precisa e consapevole intenzione dell’autore!).

      • Però prima di capire se il testo è un cartonato ripreso da telefilm che fai? Lo leggi, giusto? Non puoi stabilirlo a priori. Poi, se Faletti vuole ambientare le sue storie in America faccia lui, il motivo per cui a me non piace è che non amo il genere che scrive, non certo per dove fa agire i suoi personaggi.
        Io difendo il diritto di volersi “sentire cool”. Non lo trovo un’orribile bestemmia. Gli aspiranti autori sono fustigati da TUTTE le parti. Perchè sono sempre troppo ambiziosi, troppo convinti, troppo tutto…ma se non avessero un minimo di queste qualità non riuscirebbero nemmeno ad affrontarlo, questo mondo, dato che tutto sembra voler remare contro.
        E non è che una storia ambientata ad Alberobello deve PER FORZA essere più bella di una che si svolge a Phoenix. In più, sottolineo che parlo in particolare di narrativa fantastica, dove la gente si combatte a colpi di incantesimi, si trasforma in lupo, beve sangue…ma davvero è così importante se il pub “White Prince” a San Francisco non esiste???

        • Ma infatti è proprio il contrario: “non è che una storia ambientata a Phoenix deve PER FORZA essere più bella di una che si svolge ad Alberobello”. Invece molti pensano che basti mettere un’ambientazione americana e la storia diventa automaticamente figa. Io sogno di scrivere un romanzo americano, ma se lo facessi senza essere mai stato là sarebbe per forza un copia/incolla di materiali di seconda mano…

          • Neil Gaiman – inglese – ha scritto American Gods inventandosi di sana pianta il percorso di Shadow, tanto che raccomanda ai lettori di non provare a seguirne le tracce. Io voglio solo sapere perchè se preferisco il nome Richard a Riccardo perchè “fa più figo” deve essere una penalizzazione di default.

        • è perché tantissima gente ha scritto storie in america col pretesto che gli sembrava più cool che adesso c’è più sospetto. E poi secondo me, se devi inventarti una storia in una città che non hai mai visto, rispettabilissimo, dovrebbe esserci una ragione dietro, un motivo che ti ha spinto a sceglierlo, magari una particolarità che quel luogo ha che gli altri non hanno.

  7. secondo me Helsinki va male tanto quanto San Francisco nel senso che se tu scegli una determinata ‘location’ significa che c’è un motivo. Il problema è se il motivo è che ‘fa figo’: si vede che è un ambientazione farlocca e non è credibile. Poi vabbé gli editori si fanno tirare un po’ dal pregiudizio+esperienza.

    @Lavinia mah togliendo che a me quel blog lì piace molto poco, penso che sia una questione molto sentita. purtroppo l’ambientazione americana è inflazionata.

    • perchè quel blog ti piace poco? Io lo leggo e a parte una certa supponenza, mi diverto a farli arrabbiare e smontare le loro granitiche convinzioni :-)

      E poi non mi piacciono gli editor, preferisco i vecchi onesti correttori di bozze.

      ciao

      francesco

      • A me invece piace, secondo me ce ne vorrebbero molti di più di blog del genere. Se lo facessi leggere a tutti quelli che in questi due anni hanno frequentato i laboratori di editoria con me, come minimo almeno tre quarti di loro abbandonerebbe all’istante l’idea di entrare in casa editrice.

        Comunque, io ho inventato storie per i miei fumetti ambientate nella Milano degli anni ’80 (molto gabrielesalvatoresiana, devo dire). Che faccio, cestino tutto?
        :D

      • Perché mi pare poco coerente chiamare un blog ‘La vera editoria’ e poi nascondersi dietro all’anonimato. Poi mi piacciono poco quelli che pensano di avere la verità in tasca di doverla rivelare per grazia divina agli altri.
        Però sai potrei è un parer personale ;)

        • Anche a me dà molto fastidio l’anonimato, sia da parte del “gestore” del blog sia da parte di chi ci scrive.
          L’ho detto molte volte, ma poiché alla gente piace tirare il sasso e nascondere la mano, adesso partecipo anche io in incognito, ma per divertirmi.
          E’ vero che facendo le cose con il proprio nome e cognome veri ci si fa dei nemici, perché gli scrittori maltrattati non dimenticano, ma peggio per loro.
          Infatti mi piace questo blog perché finora di anonimi mi pare ce ne siano pochi e se vuoi puoi saperlo chi sono.
          E comunque non condivido il fatto di nascondersi da parte del titolare. Lo so che molti partecipano al blog perché sperano di essere notati e presi in considerazione per i loro scritti, ma credo che sia una fatica inutile.
          Sembra più di parlare con un impiegato disilluso e fristrato, e il grave è che sono persone così che poi scelgono i libri che saranno stampati. Ecco a che punto siamo. Abbasso gli editor, viva i correttori di bozze!

          Francesco

  8. Spezziamo una lancia (o una spada elfica o quello che è) a favore di Elfo: America, why not?
    Jules Verne scrisse romanzi di avventura senza muoversi dalla sua stanzetta! O ricordo male?

  9. L’america suona bene solo se ci hai vissuto perché altrimenti usi riferimenti presi dalla televisione e il lettore se ne accorge. E suona male perché il lettore, certe volte, ha l’impressione che l’autore usi Jack a Boston invece che Giacomo a Roma perché gli sembra più cool. E mi tocca pure usare una parola inglese…

  10. Curioso, ho appena letto un intervento di argomento simile qui.

  11. Oh, non trattarmi male Helsinki perché il prossimo libro Las Vegas è in parte ambientato lì ;-)
    Sul fatto dell’America, la mia opinione è questa: una storia ambientata in America sembra “di seconda mano”, a meno che uno non ci viva, non ci abbia vissuto o racconti un viaggio in America con gli occhi di un italiano. Lo stesso vale per gli altri posti, ma l’America è più insidiosa perché tutti pensiamo di conoscerla, avendola vista nei film, e perché fa più glamour: vuoi mettere un John Williams che gira per Manhattan e un Gino Pautasso che gira per Nichelino? Rischia di diventare una scorciatoia e questo agli editori fa drizzare le antenne.

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